Zucchero

Roncocesi (Reggio Emilia) 1955-

Adelmo Fornaciari, in arte Zucchero, è l’artista che ha sposato più armoniosamente e spontaneamente la canzone d’autore italiana al blues , al gospel e alla musica soul di matrice americana. Il suo primo disco di grande successo, Blue’s, esce nel 1987 e contiene canzoni con un forte carattere autoironico: “Pippo,” il cui testo fu scritto da Vasco Rossi, esprime lo sconcerto di un uomo la cui donna viene corteggiata da un amico; “Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica” suona come un inno in stile big band alla liberazione sessuale contro il bigottismo; “Con le mani” (in cui lo schiaffo dello slap bass evoca proprio le mani del titolo), “Hey Man,” ballata soul sulla solidarietà che scaturisce da due solitudini che si incontrano; “Bambino io, bambino tu,” favola reggae sull’innocenza recuperata grazie a un bambino misterioso e magico, sono state scritte in collaborazione con Gino Paoli, titanico fra i padri fondatori della canzone d’autore. “Dune mosse,” evocativa ed enigmatica ballata mistica che ammicca a al grammelot inglese (“Dai dillusi smammai” suona un po’ come “I’m losing my mind”).

Nella sua lunga carriera Zucchero vanta collaborazioni con i grandi cantautori italiani, con rock star internazionali, da Sting a Eric Clapton e Joe Cocker, con blues men del calibro di Miles Davis e B.B. King, fino all’eclettismo con la musica operistica cantata da Luciano Pavarotti e Andrea Bocelli.

Zucchero, un cantautore da riscoprire tra atmosfere blues, linguaggi e suoni perduti

(di Luca Bertoloni, Università di Pavia)

Gli esordi di Adelmo Fornaciari

Intorno alla metà degli anni Ottanta nel panorama mediale italiano si affaccia un artista che, nel giro di pochissimo tempo, riuscirà ad imprimersi con uno stile fortemente individuale e riconoscibile, che gli garantirà peraltro un inedito (almeno per un artista italiano) successo internazionale che dura ancora oggi: si tratta dell’emiliano Adelmo Fornaciari, noto con lo pseudonimo di Zucchero.

Originario di una terra particolarmente feconda in ambito cantautorale (da Guccini a Vasco Rossi, da Pierangelo Bertoli a Ligabue), Zucchero nasce a Reggio Emlia nel 1955, tuttavia, a differenza di molti colleghi nati all’inizio degli anni Cinquanta (come i romani De Gregori e Baglioni, che appartengono ai cosiddetti cantautori di seconda generazione), la carriera di Adelmo Fornaciari non inizia nel decennio degli anni Settanta, ma in quello successivo. In realtà, il suo esordio nel mondo musicale risale alla fine degli anni Sessanta: Fornaciari, dopo aver appreso i rudimenti della chitarra, fonda alcuni gruppi musicali con i quali si esibisce come autore e musicista, suonando e componendo le partiture musicali, di diversi brani inediti; il primo successo significativo risale però soltanto all’inizio del decennio successivo, gli anni Ottanta: nel 1981 infatti vince con un brano inedito il Festival di Castrocaro, una manifestazione per artisti esordienti che in quel periodo godeva in Italia di un discreto seguito di pubblico. La vera svolta verso il  successo per il cantautore emiliano è finalmente dietro l’angolo, e passa, come per molti altri artisti italiani, dal Festival di Sanremo, ma anche da una strada inedita per un artista del Bel Paese: la strada degli Stati Uniti.

La svolta blues

Nel 1984, durante una permanenza a San Francisco, in California, Zucchero incontra Corrado Rustici, musicista e produttore italiano trasferitosi da poco negli U.S.A. (artista che in questi anni ha lavorato con star internazionali del calibro di Whitney Houston, Elton John e Aretha Franklin, nonché con gli italiani Alan Sorrenti, Renato Zero e Loredana Berté, e poi moltissimi altri, tra cui  Baglioni e Ligabue), con il quale stringerà un sodalizio artistico dal quale uscirà profondamente rinnovato, venendo letteralmente travolto dalla potenza musicale del soul e del blues americano, incontrato proprio grazie alla mediazione di Rustici. Nel frattempo, nel 1983 Zucchero pubblica il suo primo album, portando a Sanremo il singolo “Una notte che vola via”, che si classifica nelle ultime posizioni; sorte analoga toccherà nel 1985 al brano “Donne”, estratto dal suo secondo album, Zucchero & The Randy Jackson Band, già figlio della svolta blues, ma anche frutto della collaborazione con MogolAlberto Salerno per quanto riguarda i testi. Nonostante la scarsa posizione in classifica al Festival, il singolo gode di un ottimo successo, che rende Adelmo finalmente noto al grande pubblico.

Neanche il successo del singolo tuttavia  basta, perché le vendite del disco non riescono a decollare, probabilmente per via delle marcate sonorità blues, a cui il pubblico italiano sembra non essere ancora completamente avvezzo[1]; grande fu il dispiacere di Zucchero, poiché quel disco fu il risultato di un immenso sforzo compositivo sul piano musicale, rafforzato dalla scelta di ricorrere a parolieri per quanto riguarda la componente verbale, proprio per potersi concentrare sui testi verbali, con l’obiettivo di riportare le sonorità americane in ambito italiano. L’album successivo, Rispetto (1986), ribadisce con decisione la svolta blues del cantante, che questa volta si sperimenta anche come autore di alcuni testi verbali, sempre più deciso nel voler portare all’interno della musica d’autore italiana una ventata nordamericana ancora ignota nel panorama cantautorale dello stivale (che aveva più che altro debiti nei confronti degli chansonnier francesi e al folk americano). L’album si presenta come un ibrido: se il titolo contiene una citazione diretta ad Aretha Franklin, la tracklist è invece arricchita da un brano composto insieme a Gino Paoli (“Come il sole all’improvviso”), il quale coglie da subito la capacità di Zucchero nell’interpretare non solo le sonorità blues, ma nel sapere ricreare e ritrovare nel tessuto musicale una serie di suoni perduti appartenenti ad un mondo antico e senza tempo. Questi due elementi di novità raggiungono il loro apice in Blue’s (1987), disco ricco di brani di successo anche a livello internazionale (come “Senza una donna” o “Pippo”), che consacra definitivamente Zucchero come una star italiana (nello stesso anno vince il Festivalbar), europea ed internazionale, portandolo alle sue due successive “svolte”.

La svolta internazionale e cantautorale

Il successo spinge Zucchero a nuove sperimentazioni e a nuove collaborazioni che raffineranno sempre di più il suo stile, rendendolo particolarmente originale e identificabile. Il trittico Oro, incenso e birra (1989), Miserere (1992) e Spirito DiVino (1995) non sono infatti soltanto album di immenso e stratosferico successo (il primo in particolare è ancora oggi piazzato in seconda posizione nella classifica degli album italiani più venduti di sempre in Italia, dopo La vita è adesso [1985] di Claudio Baglioni), che segnano peraltro un periodo umanamente complicato per l’artista (lo stesso Zucchero ha parlato di una profonda depressione vissuta in quegli anni dopo la separazione dalla moglie[2]), che si rispecchia nella varietà stilistica e musicale dei brani, ma demarcano anche una fase in cui le collaborazioni internazionali si fanno sempre più fitte e importanti. In questo periodo in particolare emergono le collaborazioni con artisti italiani ormai noti in tutto il mondo come Andrea Bocelli e Luciano Pavarotti (il duetto in Miserere all’epoca è un unicum nel panorama mediale italiano per quanto riguarda la collaborazione tra un artista lirico – una vera e propria icona – ed un artista di ambito pop), ma si distinguono anche importantissimi e preziosi duetti con star internazionale del calibro dei Queen (in un tributo a Freddie Mercury), di Miles Davis, Eric Clapton e di Paul Young). Nello stesso periodo – ragion per cui l’ingresso di Zucchero nel panorama mediale italiano e internazionale risulta ancora più interessante se contestualizzato all’interno dello sviluppo della forma-canzone e del genere canzone d’autore – l’artista emiliano affina sempre di più il suo stile cantautorale di scrittura: la spinta viene dall’incontro con Francesco De Gregori, che porterà alla nascita di “Diamante” (1989), il cui testo è interamente scritto dal cantautore romano, ma che segnerà una significativa influenza nello stile compositivo di Zucchero.

I brani di Zucchero tra carica sessuale e lirismo

Fornaciari infatti da qui in avanti si specializzerà in due differenti tipologie di testi. I primi sono sostanzialmente  divertissement fortemente ironici e autoironici, con  bersagli molteplici, che vanno dalle organizzazioni a sfondo religioso italiane (“Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’Azione Cattolica”), ad un amico che sta cercando di conquistare la ragazza del protagonista della canzone con scarsi risultati (“Pippo”), e a molti altri; questo gruppo di brani è caratterizzato da una libidine di sfondo, dotata di una forte carica fisica e sessuale di stampo animalesco, la quale colorerà i testi di onomatopee carnali, paronomasie e doppi sensi. Si possono citare su questo versante almeno i versi di “Voodoo voodoo” (1995), “Lascia che il mio Voodoo lavori eh / funziona con tutte ma non con te”, oppure i versi di “Il mare impetuoso al tramonto salì sulla luna e dietro una tendina di stelle” (1989).

Voglio vederti ballare
senza tabù
un ballo da strappamutande
fallo di più

Come on, sister
è un volo proibito
amore e sesso, sesso, sesso
sono un assetato
perché tu sei l’acqua, l’acqua del peccato.

In questi versi si nota proprio come la componente fonica del significante risulta legata sia al significato del brano che al tessuto musicale, con l’obiettivo di trasmettere una forte carica fisico-sessuale (più che erotica). Il legame tra blues, forma-canzone e carica sessuale dei suoi testi, che proseguirà anche negli anni a venire (come si può notare dai versi della più recente “Vedo nero”, 2011: «Vedo nero / coi miei occhi / vedo nero e non c’è pace per me / perdo il pelo […] / C’è un odore di femmina quaggiù»), è confermato dallo stesso Zucchero nell’inizio della sua autobiografia, nella quale scrive così.

“Amavo il blues, volevo ascoltarlo, come da bambino rapito in volo da quei suoni […]. Ho  creato una musica che ha il colore nero e si apre nella melodia mediterranea. Ancora sesso. Il ritmo battente e demoniaco del blues, l’allargarsi dolce e paradisiaco della ballata, figura armonica dell’orgasmo”[3].

Accanto a questa dimensione, nella quale si sono distinti brani di successo (anche estivo, dovute alle sue partecipazioni al Festivalbar) al limite dei nonsense, caratterizzati sempre da un tessuto fonico dal richiamo animalesco e ironicamente sessuale («Arriva la bomba, oh yeah / il grande baboomba per te / la rumba e la tromba, oh yeah /l grande baboomba per te», “Il grande baoboomba”, 2004; «Baby don’t cry / make it funky / pane e vino porterò per te / miele e Venere per tutti quanti / che c’ho l’anima nel fondo del Po», “Bacco perbacco”, 2006[4]), con l’inizio degli anni Novanta si attestano nel canzoniere di Zucchero diversi brani di carattere lirico, realizzati sempre grazie ad un lavoro di cesellatura e di sincresi tra la componente testuale e quella musicale; quest’ultima in particolare perde la carica fisica ed eversiva che aveva nel gruppo di brani precedenti, tenendo invece all’esoterico e all’evocativo. Uno dei primi – e più riusciti – brani afferenti a questa tipologia è “Così celeste” (1995), che risente, come si diceva in precedenza, dell’influenza nel linguaggio sia dell’incontro con Gino Paoli, che soprattutto di quello con De Gregori, come si può notare dal lirismo che pervade soprattutto negli usi anomali verbali e nelle immagini naturali di sapore quasi mistico e mitologico:

Gli occhi si allagano, la ninfea
galleggia in fiore, che maggio sia
per amarti meglio,
amore mio
figliamo rose, lo voglio anch’io.

Tantissimi i successi su questo versante, come “Menta e rosmarino” (1997):

Cadono giù stalle, stelle
lacrima il tramonto
gocce di luce dagli occhi
nella notte cieca 
è qui che a casa mia
ormai ritorno

Ma anche la più recente “Ci si arrende”, 2016:

Ma sì, bevi, bevi,
bevimi sono la pioggia
pioggia che passa e rimane
dentro l’anima
che si arrende

Il concept album Chocabeck resta forse il punto più alto della sua produzione come cantautore, dedicato espressamente ed esplicitamente alla ricerca dei suoni perduti della sua infanzia, vista come una sorta di rifugio mitico, nonché scrigno di una società, di un mondo e di un’umanità ormai perduta. In questa operazione, rafforzata da una ricerca linguistica verso una patina emiliana adatta a ricreare il linguaggio dell’epoca, sembrano emergere alcuni debiti nei confronti dell’opera poetica del poeta italiano Giovanni Pascoli[5], anche lui sperimentatore sul piano fonico e linguistico.

L’opera di Zucchero: una riscoperta critica necessaria

Anche tra la fine degli anni Novanta e gli anni Duemila la carriera e la scalata di Zucchero proseguono senza interruzioni di alcun tipo: di grande successo gli album, da Shake (2001), passando per Fly (2006), fino a D.O.C. (2018), e a Discover, uscito a metà novembre 2021; nel penultimo disco in ordine cronologico emerge ancora con forza l’anima blues del cantautore, nonché la sua volontà di contaminare sempre di più generi e atmosfere; anche le collaborazioni proseguono più che mai sia a livello italiano (si annoverano tra i tanti brani firmati con Jovanotti e Francesco Guccini) che internazionale (significativo il sodalizio con Bono, frutto di un’amicizia che li vedrà duettare anche in occasione della pandemia da Covid-19, in un brano-tributo all’Italia che canta dai balconi[6]: “non puoi toccarmi / ma puoi cantare, sì / sopra i tetti e le case / dal telefono”, “Canta la vita”, 2020).

Tuttavia, sorprende l’assenza di Zucchero in molti lavori di ambito accademico dedicati alla canzone d’autore[7]: il motivo è da ritrovare, probabilmente, nella critica italiana, la quale, da tempo, tende ad escludere dai propri canoni artisti di grande successo popolare (e Zucchero ha avuto – ed ha tutt’ora – un successo da vendere come artista pop ed internazionale). Sembra invece necessaria (e ce la si augura con forza) una vera e propria riscoperta critica del cantautore emiliano, considerando non soltanto il suo ruolo di blues man o di pop star internazionale, ormai conclamati da tempo (per Zucchero «la dimensione internazionale è da sempre un’ossessione, una ragione di vita, non solo nel diventare cittadino del mondo della musica, ma anche per i suoni»[8]), ma anche il suo carattere di innovatore, dovuto alla sua capacità di coniugare la ricerca musicale a quella linguistica e testuale. Infatti, è proprio questa contaminazione a renderlo un personaggio estremamente interessante nel campo della canzone d’autore italiana[9], un personaggio dunque da conoscere, da capire e da studiare.

Bibliografia

Giuseppe Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato, Il Mulino, Bologna, 2010.

Luca Bertoloni, I testi di Zucchero tra suoni perduti, linguaggio pre-testuale e canzone d’autore, “Inchiostro online”, https://inchiostro.unipv.it/i-testi-di-zucchero-tra-suoni-perduti-linguaggio-pre-testuale-e-canzone-dautore/

Luca Bertoloni, Iconodemia della musica pop italiana: pratiche di visibilità audiovisiva e performativa nell’immaginario pandemico, “Mediascapes Journal”, 17, 2021.

Gino Castaldo, Il romanzo della canzone italiana, Einaudi, Torino, 2018.

Paolo Talanca, Il canone dei cantautori italiani: la letteratura della canzone d’autore e le scuole dell’età, Carabba, Lanciano, 2017.

Zucchero Fornaciari, Il suono della domenica: il romanzo della mia vita, Mondadori, Milano, 2013.


[1]Insieme a Zucchero, anche Pino Daniele coniugherà l’anima blues con quella cantautorale italiana (in particolare napoletana) – non a caso anche Daniele da giovane è stato legato a Corrado Rustici.

[2]Z. Fornaciari, Il suono della domenica: il romanzo della mia vita, Mondadori, Milano, 2013.

[3]Z. Fornaciari, Il suono della domenica: il romanzo della mia vita, Mondadori, Milano, 2013, p. 24.

[4]La presenza di interi sintagmi in inglese (a volte corretti, altre volte maccheronici, talvolta brevi incisi con funzione di zeppa metrica), vero e proprio marchio dei fabbrica dei testi di Zucchero, conferma l’intento di legare significante e significato, costruendo un’atmosfera che richiama i suoni blues americani (L. Bertoloni, I testi di Zucchero tra suoni perduti, linguaggio pre-testuale e canzone d’autore, “Inchiostro online”, https://inchiostro.unipv.it/i-testi-di-zucchero-tra-suoni-perduti-linguaggio-pre-testuale-e-canzone-dautore/).

[5]L. Bertoloni, I testi di Zucchero tra suoni perduti, cit.

[6] L. Bertoloni, Iconodemia della musica pop italiana: pratiche di visibilità audiovisiva e performativa nell’immaginario pandemico, “Mediascapes Journal”, 17, 2021.

[7] P. Talanca, Il canone dei cantautori italiani: la letteratura della canzone d’autore e le scuole dell’età, Carabba, Lanciano, 2017.

[8] G. Castaldo, Il romanzo della canzone italiana, Einaudi, Torino, 2018, p. 281.

[9] G. Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato, Il Mulino, Bologna, 2010.

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