Gino Paoli, cantautore della prima generazione, fra i massimi esponenti del gruppo noto come “Scuola genovese”, tra i pochi ancora in attività, è considerato una colonna del cantautorato italiano. Nelle sue canzoni, quasi esclusivamente a tema amoroso, si distacca dalla visione dominante della donna e dell’amore a finale matrimoniale.
Paoli nasce a Monfalcone il 23 settembre 1934. Il padre Aldo è un ingegnere navale di Campiglia Marittima, la madre Rina, di famiglia benestante della Venezia-Giulia, è pianista e gli trasmette l’amore per la musica. Gran parte della famiglia materna è coinvolta nell’esodo giuliano-dalmata (la cacciata delle popolazioni di origine italiana dalla Venezia-Giulia e dalla Dalmazia durante la Seconda guerra mondiale, alcuni sono vittime della pulizia etnica a opera dei partigiani jugoslavi e finiscono nelle foibe.
Dopo pochi mesi la famiglia si trasferisce a Genova, nel quartiere Pegli e il capoluogo ligure diventa la vera patria di Paoli.
A diciotto anni, nel 1952, va a vivere da solo in una soffitta di Boccadasse con la gatta Ciacola (‘chiacchiera’ in dialetto veneto).
Pur essendo un avido lettore – racconta di essersi rovinato la vista leggendo sotto le coperte con una torcia – è poco incline agli studi, a differenza del fratello Guido, che diventerà fisico e professore universitario dopo aver tentato la carriera di musicista. Gino vuole fare il pittore e inizia a lavorare come grafico pubblicitario.
Stringe importanti amicizie con musicisti e autori che diverranno poi noti come Scuola Genovese: Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Fabrizio De André, Umberto Bindi, Joe Sentieri, Giorgio Calabrese, Gian Piero Reverberi e Gianfranco Reverberi. Si avvicina alla musica, specialmente al Rock ’n roll, e con Tenco, Lauzi e altri due amici fonda il gruppo “I Diavoli del Rock”.
Nel 1959 i fratelli Reverberi gli fanno ottenere un’audizione con la casa discografica Ricordi di Milano, e lo stesso anno Paoli incide alcuni pezzi non suoi, senza grandi riscontri.
Nel 1959 sposa Anna Fabbri conosciuta a un campionato di ballo Rock ’n Roll.
Negli stessi anni, come molti dei suoi amici musicisti, si avvicina alla canzone francese: George Brassens, Boris Vian e più avanti di Jacques Brel. Paoli contribuirà alla diffusione del loro lavoro, inciderà e tradurrà brani di Marcel Mouloudji e Charles Aznavour, e collaborerà con Brel.
Nel 1960 Paoli incide il suo primo pezzo, “La gatta“, brano autobiografico, che vende un centinaio di copie nei primi mesi, ma il successo arriva quando il noto paroliere Mogol propone a Mina, cantante già affermata, di interpretare Il cielo in una stanza (Mina porterà al successo anche La canzone di Marinella di De André). È la consacrazione di Paoli come cantautore.
Nel 1961 incontra Ornella Vanoni, attrice e cantante e intreccia con lei una relazione, al loro primo incontro sarà ispirato il brano “Senza fine“.
Nel 1962 mentre guida ad alta velocità la sua Giulietta Spider, provoca un incidente in cui muore l’amico chitarrista Victor Van der Faber. In ospedale, disperato, Paoli tenta di lanciarsi da una finestra, viene fermato in extremis. In seguito viene condannato a 7 mesi di carcere che sconta con la condizionale.
Iniziano i suoi problemi con l’alcool. Finiranno solo nel ’76, quando, in seguito alla morte del fratello per abuso di alcolici, deciderà di disintossicarsi.
Nel 1963 incide “Sapore di sale” e poi “Che cosa c’è”. Il successo è ormai enorme.
Nello stesso anno conosce l’attrice Stefania Sandrelli e inizia con lei una relazione che desta scandalo vista la minore età di lei, visto che Paoli è in attesa di un figlio dalla moglie Anna e che anche Sandrelli rimarrà incinta poco dopo. Giovanni Paoli nascerà nel 1964 e, a pochi mesi di distanza, nascerà Amanda Paoli Sandrelli.
La carriera di Paoli è all’apice, ma il successo, i guadagni, la crisi con la moglie, le molteplici relazioni sentimentali, l’alcolismo, il senso di colpa per la morte dell’amico Van der Faber, lo disorientano e, l’11 luglio 1963, tenta il suicidio sparandosi un colpo al cuore. Si salva miracolosamente; il proiettile non viene mai estratto.
A tal proposito Paoli dichiarerà: “si trattò di un atto voluto, pensato. Pensavo non ci fosse altro da vivere. La mia canzone “Sapore di sale” era ovunque, ero famosissimo, l’uomo del momento. Paura della noia, della ripetizione. Avevo tre macchine in garage, avevo i soldi, le donne, cosa potevo volere ancora? […] [Il suicidio è] l’unico modo per scegliere: perché le cose cruciali della vita, l’amore e la morte, non si scelgono; tu non scegli di nascere, né di amare, né di morire. Il suicidio è l’unico, arrogante modo dato all’uomo per decidere di sé”.
In seguito al tentato suicidio viene condannato per possesso illegale di arma da fuoco.
Nel 1964 divorzia da Anna Fabbri.
Nello stesso anno partecipa a Sanremo con un certo successo ma è ormai la fine del suo periodo d’oro. Torna a Sanremo nel 1966 ma non arriva in finale, l’album del 1967 ha risonanza limitata.
Nel 1965 si schianta con la sua Ferrari contro un albero. Si allontana dalla scena pubblica, per anni suona solo nei locali; si avvicina alle droghe; esce dalla dipendenza solo alcuni anni dopo.
Nel 1968 decide di smettere, si ritira in Liguria, a Levanto, dove apre un locale in cui invita spesso gli amici musicisti. Non si riconosce nella canzone politica di quegli anni, preferisce parlare di politica indirettamente, attraverso canzoni d’amore che si oppongono alla morale dominante o parlano di un rapporto egualitario fra uomo e donna.
Dopo alcuni anni di silenzio nel 1971 incide una trilogia di album e inizia il suo impegno in politica: diventerà deputato fino al 1992.
Il successo torna a partire dagli anni Ottanta grazie anche a due delle donne della sua vita; prima, nel 1984, con la colonna sonora del film Una donna allo specchio, con Sandrelli, poi, nel 1985, con il tour con Ornella Vanoni.
Nel 1991 “Quattro amici al bar” scala le classifiche, come, l’anno successivo, il brano del film Disney La bella e la bestia, interpretato con la figlia Amanda.
Nel 1996 firma una traduzione di Imagine di John Lennon, che reputa la più bella canzone mai scritta, nell’album Appropriazione indebita.
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Bibliografia
Ornella Vanoni, Gino Paoli, Enrico De Angelis. Noi due, una lunga storia, Milano, Mondadori, 2004.
http://www.ginopaoli.it/ginopaoli/biografia.asp
https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Paolihttps://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/12_Dicembre/21/paoli.shtml
“Eh… quando uno si alza alla mattina e scrive “Il cielo in una stanza” non deve più fare niente altro nella vita. Perché ha già fatto tutto.” Enzo me lo diceva convinto.
Jannacci considerava Gino Paoli il più grande di tutti, e nell’iperbole jannacciana l’autore del “Cielo in una stanza” avrebbe dovuto fermarsi dopo aver composto quel capolavoro. “Perché ha scritto la più bella canzone di sempre.” Eppure ci sono arrivate manciate di altri capolavori di Paoli, da Che cosa c’è a “Sapore di sale”, da “Senza fine”, a “Quattro amici”. Da “Due ombre lunghe” a “Come si fa” (le avevate dimenticate queste ultime due?). E potrei andare avanti tanto.
Ma il buon Enzo amava esagerare e a volte dimenticava, modificandole, anche le sue migliori intuizioni. Così mantenne col tempo il concetto, cambiando la canzone. Non gli dicemmo niente perché il nuovo esempio era anche più bello. Successe questo, un giorno disse a freddo: “Paoli? Uno che scrive nel 1960 ‘Sassi che il mare ha consumato sono le mie parole d’amore per te ’ non deve scrivere più niente nella vita… Sassi consumati come parole… d’amore… Genio”. Aveva ragione, Jannacci. Paoli era un genio. Solo che “Sassi” pare che Paoli l’avesse scritta qualche settimana prima del Cielo in una stanza. Quindi se è così, “Il cielo in una stanza” Paoli non avrebbe potuto più scriverla. E noi non l’avremmo mai ascoltata. Mah.
Bene. Ho tralasciato volutamente “La gatta”, vera rivoluzione, a partire dal testo, della canzone italiana. È anche quella del 1960. Fu la sua prima canzone incisa, credo. Subito dopo pubblicò “Il cielo in una stanza”. E poi “Sassi” (che aveva scritto tra “Gatta” e “Cielo”).
Mio papà, pur appartenendo a una categoria abbastanza vicina al mondo degli intellettuali, amava tantissimo le cose “frivole”, tra cui canzonette, la box, il calcio e l’Inter, Jerome Klapka Jerome, la Sei giorni ciclistica, tutti amori che aveva cercato di trasmettermi. Un giorno, avevo dieci anni – mio padre non era in casa – ascoltai in coda a un giornale radio, un servizio dalla Sei giorni: naturalmente, pensando a mio padre, prestai attenzione massima: era un servizio in cui si parlava non solo di biciclette, ma anche di un giovane cantante genovese che era autore dei suoi pezzi e che avrebbe partecipato quella sera allo spettacolo musicale legato alla corsa ciclistica al Velodromo Vigorelli. Tale Gino Paoli. E fecero sentire il pezzo che avrebbe cantato: La gatta. Seguì una breve intervista. Beh, quella canzone d’amore per una gatta, quella voce un po’ strana, quasi afona, mi rimasero impressi. Lo ammetto, sono cresciuto sognando la “macchia nera sul muso” e la “vecchia soffitta vicino al mare”. Anni dopo, non molti, girovagando pre-adolescente alla sera tra Cervia e Milano Marittima (mia ultima vacanza sull’Adriatico prima di approdare al Ligure) mi imbattei in Gino Paoli e il suo gruppo. Suonava in un dancing tutte le sere. Occasione strepitosa: dall’alto della strada lo potevo vedere e sentire, piccolo ma non così lontano. E poi la musica si sentiva bene. Inutile dire che tutte le sere dalle dieci a mezzanotte ero lì. E dire che l’avevo invece immaginato in interminabili tournée in giro per il mondo. Era lì a mia disposizione, naturalmente inconsapevole di regalarmi quello che sarebbe diventato il mio amore per la musica d’autore. Le estati successive le passai a Sestri Levante. Intanto Paoli era finalmente tanto tanto tanto famoso e veniva un paio di volte ogni estate alla “Piscina ai Castelli” di Sestri, il locale più di moda di quegli anni. Che costava un botto. Insomma, mai visto dal vivo cantare da pagante in platea. Figurarsi, e dove li avrei presi i soldi? Meglio così, non so se avrei retto all’emozione… Gino Paoli l’ho poi incontrato un paio di volte al Club Tenco e una volta ospite di una nostra trasmissione. Ma avevo perso ormai la magia di poterlo ascoltare e applaudire da fan. Gli incontri furono cordiali e professionali, anche perché di più non potevo pretendere: non avevo mai avuto il coraggio di scrivergli o di dirgli quello che ho scritto qui oggi.
Oggi tutti scrivono tutto, su Gino Paoli. Di quanto whisky ha bevuto nella vita, di che tipo di politico è stato quando è stato eletto, di quante donne si è innamorato e quante ha fatte innamorare. Ma soprattutto di quali donne! A parte la sua prima moglie Anna Fabbri, storica compagna della prima parte della sua vita, e la sua seconda moglie Paola Penzo, che lo ha accompagnato fino alla fine, basti pensare a Ornella Vanoni e Stefania Sandrelli. Le “sue” donne non lo mollarono mai. Alcuni amici mi dicono: ma in fondo non era simpaticissimo… Esatto: lo penso introverso, orso, chiuso in sé, solo, a tratti depresso. Ma innamorato. Sempre. E ciò vale tutto il resto. Scrisse quasi tutte le più belle canzoni d’amore italiane. Non si limitò a questo. Con sapiente sensibilità si accostò alla pari alla grande canzone d’autore francese.
Tradusse l’intraducibile: come si fa a tradurre Jacques Brel? Lui ci riuscì perché nella vita era anche Jacques Brel. Credo che una delle strofe più strazianti di “Ne me quitte pas” potesse avere il coraggio di scriverle in italiano solo Gino Paoli. “Non andare via./ Non piango più, non parlo più./ Mi nasconderò e ti guarderò quando riderai./ E ti ascolterò quando canterai./ Sarò solo l’ombra della tua ombra,/ l’ombra della tua mano./ L’ombra del tuo cane./ Non andare via….”
L’ombra del tuo cane.
Quando si parlava di Paoli – e si parlava spesso del suo amico Gino Paoli, mi pare si capisca, e del suo essere così apparentemente poco propenso alla solarità e alla gioia – il cardiologo Jannacci diceva: “…è uno che gira con un proiettile a un centimetro dal cuore… Tu al suo posto come saresti, gioviale?”. Paoli, credo per una delusione d’amore (mi piace pensarlo) si sparò al cuore e non riuscì a morire, forse, come si dice in questi casi, non volle morire del tutto. Il proiettile si fermò a pochi centimetri dall’obiettivo. Era così vicino che non poterono estrarlo. Inoperabile. Così Paoli viaggiò sempre con il suo proiettile vitale tra carne e anima, tra luce e buio. Personaggio scomodo, estremo per certi versi, nella sua epoca. “Vivere ancora” fu scritta da Paoli l’anno dopo del suo tentato suicidio. Faceva parte della colonna sonora del film di Bernardo Bertolucci Prima della rivoluzione. Era il 1963. E, per raccontare l’epoca di quell’Italia, basti questa cosa: alla canzone fu censurato il verso “stretti, abbracciati in mezzo alle lenzuola” e sostituito con “stretti, abbracciati con gli occhi dentro gli occhi”. Anche “Sapore di sale” è del 1963. La incise con l’arrangiamento del Maestro Ennio Morricone. Al sax tenore Gato Barbieri. Per dire.
Torno ai miei ricordi.
Grazie Gino Paoli, per quello che mi hai dato nella vita.
Oh, sono d’accordo, nessun dramma: a 91 anni si può anche dire ciao e andarsene. Hai amato e sei stato amato tanto. Hai raccontato l’amore.
Mi hai fatto innamorare dell’amore. Hai cantato la straordinarietà della normalità. Qual è il verso che mi ricordo sempre? Il verso che si è nascosto in un angolino della memoria (e del mio cuore)? Sono due o tre; versi tra i suoi meno conosciuti: “In un caffè/ con i camerieri maleducati/ per la prima volta ci siamo amati./ In un caffè senza nemmeno i posacenere/ Sopra le tazze di caffè fatto male/ è nato ciò che conta per noi” Anno 1961. Banale? Per nulla. La straordinarietà della normalità, appunto.
Di Simone Marchesi, Princeton University.
Ci sono due ordini di osservazioni che si possono fare su questa canzone notevole e notevolmente popolare. La prima riguarda l’omogeneità e la coerenza del suo testo con quello di un’altra canzone composta da Paoli nello stesso periodo, “Il cielo in una stanza” (1960). Il secondo ha a che fare con la coerenza intratestuale di diversi elementi disseminati nella canzone stessa.
Prima di tutto, ecco un confronto intertestuale con “Il cielo in una stanza”. Entrambe le canzoni apparentemente trattano situazioni romantiche standard: lo stato di sogno in cui entrano gli amanti quando sono insieme e la qualità assoluta e totalizzante della passione erotica. Tuttavia, un elemento che lega “Il cielo in una stanza” e “Senza fine” al di là della loro prossimità tematica è l’impiego di espressioni “vaghe e indefinite” per caratterizzare le varie situazioni in questione. Ne “Il cielo in una stanza”, gli alberi che sostituiscono le pareti della stanza degli amanti sono programmaticamente infiniti; il suo soffitto è sostituito da un cielo immenso; il suono di un’armonica si dilata per assomigliare a quello di un organo; il mondo è ridotto al nulla. Lo stesso insieme di nozioni costella “Senza fine”: l’infinità del titolo è immediatamente accoppiata all’istantaneità, in un’equivalenza micro/macro che raddoppia la configurazione tutto-e-nulla del nulla e del mondo nella canzone precedente. Allo stesso modo, un insieme di corpi astrali -luna, stelle, sole e cielo- è scartato in favore dell’unico e solo (infinito) oggetto del desiderio: il tu dedicatario della canzone. Nella tradizione lirica italiana, tale focalizzazione non è una scelta nuova né neutra. Giacomo Leopardi, in una pagina del 1819 del suo Zibaldone, praticamente coeva del celebre “L’Infinito”, discute la qualità intrinsecamente poetica di tali espressioni, volte a recuperare, per quanto possibile in una coscienza adulta, e replicare, sempre per quanto possibile nel linguaggio adulto della sensibilità, l’esperienza naturalmente poetica della realtà che caratterizza l’infanzia del soggetto.
La canzone è anche particolarmente interessante per la sua struttura più profonda come meccanismo calendariale. L’attenzione al tempo è, ovviamente, tanto immediata quanto prominente nel testo. La prima strofa stabilisce che chiunque (o qualunque cosa) sia il “tu” della canzone, esso è responsabile del movimento travolgente e senza respiro della nostra vita, un movimento che si misura in termini psicologici, attraverso i sogni del futuro e i ricordi del proprio passato, così come in termini cronologici: non c’è ieri, né domani, solo un istante infinito. Se la canzone è vaga e indefinita nel modo in cui tratta il tempo istantaneo e sempre presente dell’esperienza che racconta, la strofa finale è invece estremamente precisa nella rinuncia a specifici oggetti che non sono semplicemente celesti, ma più chiaramente indicatori di tempo. La prima struttura diadica oppone semplicemente notte e giorno, contrapponendo la luna al sole e il cielo notturno completamente stellato al cielo vuoto del giorno. Ma forse c’è di più. Luna e stelle, sole e cielo sono ciascuno responsabile di un modo in cui l’uomo misura il tempo. I modelli ciclici del sole ci danno la misura del giorno, quelli della luna controllano i mesi, quelli delle stelle (cioè delle costellazioni) segnano la progressione dell’anno. Nell’ambientazione immaginaria della canzone, il cielo è vuoto e non segnato, ma anch’esso può essere visto in una connessione stretta, anche se non immediatamente evidente, con il tempo. Il Primo mobile, un cielo vuoto che si estende oltre le sette sfere planetarie e la sfera delle stelle fisse, è in realtà un elemento fondamentale delle concezioni aristoteliche e pre-copernicane dell’universo, in cui il Paradiso di Dante individua specificamente l’origine del Tempo. In Paradiso XXVII.115-118, Dante dice del Primo mobile che “Non è suo moto per altro distinto, / ma li altri son mensurati da questo” ee che, in una metafora suggestiva, quel cielo è il vaso in cui il tempo affonda le radici (“e come il tempo tegna in cotal testo / le sue radici e ne li altri le fronde”).