Quando, nel cercare di farsi capire,
vide la gente voltarsi come se non dovesse capirlo più,
e quando lo legarono alla barella
che era caduto in catena gridando: “Basta, basta, per carità!”.
Lui s’accorse, tutto a un tratto, di esser diventato matto:
che una porta gli si apriva e la mente gli sfuggiva!
E quando vide le facce dei dottori chinati a fargli domande:
eran parole vuote di un’altra realtà,
quando lo calmarono con le scosse perché gridava e piangeva:
“Rivoglio i miei vestiti, la libertà!”
Lui si accorse, tutt’a un tratto, che significa esser matto:
senti chiudere un cancello ed insieme il tuo cervello…
E quando cominciaron le prime botte perché provava a scappare,
per la paura, il dolore non provò più!
E quando sistemarono il suo cervello
come una vecchia rotella
buona per obbedire e dire sì,
lui senti che la sua rabbia si annegava nella sabbia
perché al posto del cervello c’era un numero d’appello!
Oggi ormai non piange, né sorride, né pensa, né può pensare
è un gran bravo internato sterilizzato,
e s’accorge solamente d’esser privo della mente,
e che al posto del cervello ci sta un numero d’appello!
E s’accorge solamente d’esser privo della mente,
e che al posto del cervello ci sta un numero d’appello!
E s’accorge solamente d’esser privo della mente,
e che al posto…
The Roll Call Number
Translated by:
Francesco Ciabattoni
When trying to make himself understood,
he saw people turn away as if they didn’t understand him anymore,
and when they tied him to the stretcher
so that he ended up in a straitjacket shouting: “Enough, enough, for heaven’s sake!”
He realized, all of a sudden, that he had gone mad:
that a door opened and his mind escaped him!
And when he saw the faces of the doctors bending over to ask question him:
they were empty words from another reality,
when they soothed him with shocks because he was screaming and crying:
“I want my clothes back, freedom!”
He realized, all of a sudden, what it means to be mad:
you feel a gate shut along with your brain…
And when the first blows began because he was trying to escape,
he felt no more pain because of the fear!
And when they fixed his brain
like an old bolt
good for obeying and saying yes,
he felt his anger drowning in the sand
because instead of his brain there was a roll call number!
Today he no longer cries, nor smiles, nor thinks, nor can
he think
he is a very good sterilized inmate,
and he realizes only that he is devoid of a mind,
and that instead of his brain there is a roll call number!
And he realizes only that he has no mind,
and that instead of his brain there is a roll call number!
And he realizes only that he has no mind,
and that instead…
A febbraio del 1975 viene pubblicato un album live, intitolato “Bologna 2 settembre 1974”. È la testimonianza di un concerto tenuto al Festival Nazionale dell’Unità da quattro artisti: Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Antonello Venditti e Maria Monti.
Quattro artisti grandi, importanti e significativi per i loro tempi e per quelli a venire, ognuno a modo suo impegnato, attento, anche avanguardista. Ma senza voler stilare classifiche, se dovessimo indicare chi dei quattro era il più “rivoluzionario”, il più scomodo (volendo usare parole di sinistra) dovremmo fare il nome di Maria Monti. Nome che plausibilmente potrebbe non dire molto alla maggior parte di noi, sicuramente non in termini di successo discografico, sicuramente non quanto ci dicono i nomi di Dalla, De Gregori e Venditti. Sarà probabilmente più familiare agli appassionati di cinema e di teatro – come attrice ha lavorato, fra i tanti altri, con Sergio Leone, Bernardo Bertolucci, Alberto Lattuada, Paolo Poli – ma di certo non è la prima persona a cui si pensa quando si parla di cantautori, o di cantautrici. Ora, la domanda è: perché?Perché non ce la ricordiamo, oppure ne ignoriamo proprio l’esistenza, nonostante una produzione discografica che non ha nulla da invidiare a quella dei ben più considerati colleghi? La risposta più banale, ma anche tristemente verosimile, è: perché era una donna, interprete e autrice difficilmente etichettabile, ai tempi delle mille bolle blu. Una canzone che non citiamo a caso. Andiamo più indietro nel tempo: è il 1961, Festival di Sanremo. La coppia Giorgio Gaber/Maria Monti presenta la canzone “Benzina e cerini”, in cui si racconta con tono cabarettistico e tanto black humour di una donna che dà fuoco, letteralmente, al suo amato.
È l’anno, dicevamo, di “Le mille bolle blu”, di “24mila baci” e della vincitrice “Al di là”, cantata da Luciano Tajoli e Betty Curtis, e “BOvvero risponde con un sonoro no grazie, e continua a fare quello che le pare, seguendo una strada dalle rotaie molto poco definite e dall’orizzonte ben aperto, di scoperta, ricerca, impegno e coraggio. Il coraggio, per esempio, di pubblicare un disco come “Le canzoni del no”, che viene addirittura sequestrato, per via della canzone “La marcia della pace” – e la vivacità intellettuale con cui spazia fra generi e tradizioni: dalla riscoperta delle canzoni popolari all’attualità raccontata in chiave allegorica con “Il bestiario”; dal folk e dal mondo dei cantautori “politici”, esplorato in un disco come “Maria Monti e i contrautori”, in cui alle composizioni della stessa Monti sono affiancati brani di Gualtiero Bertelli, Ivan della Mea, Paolo Pietrangeli, all’elettronica dell’introvabile “Oltre… oltre”, alle collaborazioni con artisti di ricerca e sperimentazione come i Prima Materia.enzina e cerini” si classifica ultima, come si conviene a ogni canzone che prova a rompere le regole non scritte di Sanremo. Poco male, il brano viene apprezzato da quelli che vanno oltre il festival (scrive l’Espresso: “per noi l’ultima è la prima”) e il sodalizio con Gaber (che è anche sentimentale), cominciato l’anno prima con la scrittura del brano “Non arrossire”, va avanti con lo spettacolo “Il Giorgio e la Maria”, recital di canzoni originali e brani popolari, fra cui il cavallo di battaglia “La Balilla”.
Ma. C’è sempre un ma: Monti era difficilmente etichettabile. Però c’è sempre chi ci prova, a rinchiudere gli artisti dentro qualche scatoletta, e ovviamente ci hanno provato anche con Monti. La quale, alla richiesta di rimanere ben salda in questo ruolo di brillante cantante da cabaret, risponde così.
Ovvero risponde con un sonoro no grazie, e continua a fare quello che le pare, seguendo una strada dalle rotaie molto poco definite e dall’orizzonte ben aperto, di scoperta, ricerca, impegno e coraggio. Il coraggio, per esempio, di pubblicare un disco come “Le canzoni del no”, che viene addirittura sequestrato, per via della canzone “La marcia della pace” – e la vivacità intellettuale con cui spazia fra generi e tradizioni: dalla riscoperta delle canzoni popolari all’attualità raccontata in chiave allegorica con “Il bestiario”; dal folk e dal mondo dei cantautori “politici”, esplorato in un disco come “Maria Monti e i contrautori”, in cui alle composizioni della stessa Monti sono affiancati brani di Gualtiero Bertelli, Ivan della Mea, Paolo Pietrangeli, all’elettronica dell’introvabile “Oltre… oltre”, alle collaborazioni con artisti di ricerca e sperimentazione come i Prima Materia.
A febbraio del 1975 viene pubblicato un album live, intitolato “Bologna 2 settembre 1974”. È la testimonianza di un concerto tenuto al Festival Nazionale dell’Unità da quattro artisti: Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Antonello Venditti e Maria Monti.
Quattro artisti grandi, importanti e significativi per i loro tempi e per quelli a venire, ognuno a modo suo impegnato, attento, anche avanguardista. Ma senza voler stilare classifiche, se dovessimo indicare chi dei quattro era il più “rivoluzionario”, il più scomodo (volendo usare parole di sinistra) dovremmo fare il nome di Maria Monti. Nome che plausibilmente potrebbe non dire molto alla maggior parte di noi, sicuramente non in termini di successo discografico, sicuramente non quanto ci dicono i nomi di Dalla, De Gregori e Venditti. Sarà probabilmente più familiare agli appassionati di cinema e di teatro – come attrice ha lavorato, fra i tanti altri, con Sergio Leone, Bernardo Bertolucci, Alberto Lattuada, Paolo Poli – ma di certo non è la prima persona a cui si pensa quando si parla di cantautori, o di cantautrici. Ora, la domanda è: perché?Perché non ce la ricordiamo, oppure ne ignoriamo proprio l’esistenza, nonostante una produzione discografica che non ha nulla da invidiare a quella dei ben più considerati colleghi? La risposta più banale, ma anche tristemente verosimile, è: perché era una donna, interprete e autrice difficilmente etichettabile, ai tempi delle mille bolle blu. Una canzone che non citiamo a caso. Andiamo più indietro nel tempo: è il 1961, Festival di Sanremo. La coppia Giorgio Gaber/Maria Monti presenta la canzone “Benzina e cerini”, in cui si racconta con tono cabarettistico e tanto black humour di una donna che dà fuoco, letteralmente, al suo amato.
È l’anno, dicevamo, di “Le mille bolle blu”, di “24mila baci” e della vincitrice “Al di là”, cantata da Luciano Tajoli e Betty Curtis, e “Benzina e cerini” si classifica ultima, come si conviene a ogni canzone che prova a rompere le regole non scritte di Sanremo. Poco male, il brano viene apprezzato da quelli che vanno oltre il festival (scrive l’Espresso: “per noi l’ultima è la prima”) e il sodalizio con Gaber (che è anche sentimentale), cominciato l’anno prima con la scrittura del brano “Non arrossire”, va avanti con lo spettacolo “Il Giorgio e la Maria”, recital di canzoni originali e brani popolari, fra cui il cavallo di battaglia “La Balilla”.
Ma. C’è sempre un ma: Monti era difficilmente etichettabile. Però c’è sempre chi ci prova, a rinchiudere gli artisti dentro qualche scatoletta, e ovviamente ci hanno provato anche con Monti. La quale, alla richiesta di rimanere ben salda in questo ruolo di brillante cantante da cabaret, risponde così:
Ovvero risponde con un sonoro no grazie, e continua a fare quello che le pare, seguendo una strada dalle rotaie molto poco definite e dall’orizzonte ben aperto, di scoperta, ricerca, impegno e coraggio. Il coraggio, per esempio, di pubblicare un disco come “Le canzoni del no”, che viene addirittura sequestrato, per via della canzone “La marcia della pace” – e la vivacità intellettuale con cui spazia fra generi e tradizioni: dalla riscoperta delle canzoni popolari all’attualità raccontata in chiave allegorica con “Il bestiario”; dal folk e dal mondo dei cantautori “politici”, esplorato in un disco come “Maria Monti e i contrautori”, in cui alle composizioni della stessa Monti sono affiancati brani di Gualtiero Bertelli, Ivan della Mea, Paolo Pietrangeli, all’elettronica dell’introvabile “Oltre… oltre”, alle collaborazioni con artisti di ricerca e sperimentazione come i Prima Materia.
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