(Carrara, 1982 – )
di Luca Bertoloni (I.C. Siziano, Pavia)
di Luca Bertoloni (I.C. Siziano, Pavia)
Mentre sul palco del Festival di Sanremo del 2017 risuonano le note di “Occidentali’s Karma”, scanzonato inno sulle mode orientali dell’Occidente (Italia compresa), nessuno avrebbe potuto immaginare che dietro il suo autore e interprete, il carrarese Francesco Gabbani (1982), si celasse una certa peculiarità stilistica e autoriale che si sarebbe stabilizzata nel tempo. Nei successivi dieci anni, infatti, il cantautore ha continuato a comporre brani riconoscibili ed esplicitamente postmoderni, certamente rappresentativi di uno stile che nella canzone italiana si era imposto dalla fine degli anni Settanta in artisti come Franco Battiato e Rino Gaetano, ma originali nel tentativo di leggere le piccole cose del quotidiano degli anni Dieci e Venti del Duemila proiettandole in una dimensione senza tempo e spazio. È questa la particolarità dello stile di un cantautore che non disdegna essere “pop”, nel senso di popolare (Colombo e Luporini 2025), ma i cui brani nascondono sia una certa visione del mondo, sia la volontà di raccontarla in modo accessibile, sollecitando un immaginario in cui la cultura alta si fonde con quella bassa.
- Dagli esordi ad Amen (2016), manifesto di uno stile
Dopo aver inciso alcuni pezzi come polistrumentista, Gabbani pubblica i suoi primi brani inediti tra il 2011 e il 2014, l’anno di Greitist Iz, il suo primo album.Nelle undici tracce si intravede già quella che sarà la tematica principale della sua produzione: la lotta contro il tempo e il bisogno di vivere un presente eterno, da abitare per trovare le risposte alle domande interiori di senso. In “Le piccole cose”, per esempio, ascoltiamo ripetersi molte volte i versi “Mentre passa il tempo piano piano / scolorisce il senso delle piccole cose”: un accumulo ossessivo nel raccontare la fatica di vivere in modo adeguato le piccole cose del quotidiano. In “Per tornare liberi”, invece, la riflessione lascia spazio a un invito che diventa espressione di una sorta di volontà di potenza dell’io: “E adesso voglio il conto, che spavento / questo è il tempo per tornare liberi, veramente liberi”.
Bisogna però aspettare il 2015 per vedere Gabbani raggiungere la notorietà, grazie alla vittoria delle Nuove Proposte del Festival di Sanremo 2016 con il brano “Amen”. In quest’occasione non solo inizia a collaborare con alcuni parolieri importanti del panorama nazionale (come Fabio Ilacqua, con cui scriverà la maggior parte dei più grandi successi, e Pacifico), ma inaugura i tratti dello stile che lo contraddistingueranno anche in futuro. La canzone si caratterizza per una particolare commistione tra elementi concreti e astratti, saldando la dimensione mistica, spirituale ed esoterica con le necessità del quotidiano, che spesso nascondono le difficoltà a lasciare il giusto spazio al cammino interiore, e dunque alla strada verso la serenità. Questa difficoltà è raccontata con uno stile semplice, ripetitivo e ricco di citazioni alla cultura alta, inserite però senza soluzione di continuità, e riutilizzate in un contesto completamente diverso rispetto agli originali.
Un visionario mistico all’università
mi disse l’utopia ci salverà
astemi in coma etilico per l’infelicità
la messa ormai è finita figli, andate in pace
cala il vento, nessun dissenso, di nuovo tutto tace
E allora avanti popolo
che spera in un miracolo
elaboriamo il lutto con un Amen, Amen.
L’originalità sta nel riuso del termine religioso “amen”, che diventa una sintesi culturale adatta a restituire un atteggiamento tipicamente italiano e occidentale: la rassegnazione rispetto alle difficoltà del presente. L’affermazione conclusiva delle preghiere cristiane viene così laicizzata, ed estesa a sineddoche di un fare in cui sembrano riconoscersi tutti, invertendo addirittura l’invito di movimenti politici come il comunismo (“E allora avanti popolo”), che invece suggeriva di mettersi in gioco personalmente nel combattere per un mondo migliore. È proprio la particolarità di questo riuso, ripetuto più volte nel ritornello con un sound fresco, orecchiabile e accessibile, a garantire al brano una certa diffusione. Il disco Eternamente ora (2016), che contiene “Amen”, prosegue la riflessione sul tempo creando un continuum tra presente e passato che si fonde in contrasti quotidiani percepibili nell’oggi, come recita il brano eponimo: “Questo mio tempo continua con te / pace inattesa dopo tanto rumore / sei l’acqua buona in cima alla salita / una ringhiera a cui poggiare il cuore”. La commistione proietta anche questi testi in una dimensione a-cronica in cui le azioni del presente sembrano perdere la loro connotazione cronologica, assumendone una esistenziale che porta l’io a cercare ostinatamente la propria pace (“Passa veloce l’anima cerca la pace, pace, pace”, “La strada”, 2016).
Il grande successo per Gabbani arriva però nel 2017, quando vince il Festival di Sanremo con “Occidentali’s Karma” (Fiori 2018).
- Il successo di Occidentali’s Karma (2017)
Il brano, presentato durante la seconda serata del Festival 2017, ha subito attirato l’attenzione del pubblico sia per la presenza di citazioni estrapolate da contesti culturali diversi, da Shakespeare (“Essere o dover essere / il dubbio amletico”) all’etologo britannico Desmond Morris (di cui è citato un famoso saggio del 1967: “La scimmia nuda balla”), dal mondo del presente (“intellettuali del caffè / internettologi / soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi”) sino a Eraclito (“comunque vada panta rhei”) e a un notissimo successo di Gene Kelly (“and singin’ in the rain”), sia per la presenza sul palco di un performer nei panni della scimmia citata (Fiori 2018). Il brano vince ponendosi come successo transgenerazionale grazie al fatto che riesce a raccogliere il gradimento sia dei più piccoli che del pubblico degli adulti. L’orecchiabilità del motivo offusca però, in parte, il significato del testo, che si pone sulla stessa linea concettuale dei precedenti, ma caricandola di un significato sociale più ampio. Gabbani infatti denuncia la difficoltà dell’Occidente a vivere in profondità il presente, sia per via del desiderio di inseguire mode orientali che rimangono in superficie, senza intaccare realmente l’evoluzione spirituale della società, sia per via del disagio creato dalle tecnologie e dal web. Così facendo denuncia la superficialità occidentale come mezzo per combattere l’infelicità, presentando invece il canto e il ballo come sistemi culturali per tentare di fermare il tempo e di vivere una spiritualità differente.
La canzone è raccolta in Magellano (2017), in cui si alternano brani leggeri di carattere citazionista come quello presentato al Festival (tra cui “Pachidermi e pappagalli” e “Tra le granite e le granate”) ad altri più esplicitamente proiettivi, esistenziali e programmatici (come l’eponimo “Magellano”: “Baciare ad un tratto in bocca la felicità / piegare il vento come la volontà / Magellano nella terra del fuoco”), in cui il riferimento al celebre navigatore portoghese viene riutilizzato come modello simbolico, per quanto discutibile, di autodeterminazione e caparbietà. Al termine del 2017 Gabbani è dunque ormai un artista di successo, il cui stile compositivo è diventato un marchio fortemente riconoscibile.
- Uno stile pop riconoscibile
Con l’uscita di “È un’altra cosa” (maggio 2019), che anticipa l’album Viceversa, pubblicato dopo il Festival del 2020, il pubblico ormai riconosce alcuni elementi del suo stile, tra cui i giochi di parole (“io per partito preso non son più partito”) e gli accostamenti arditi (“la marijuana puritana non funziona”). I brani che ne sono più colmi, detti “gabbanate”, sono caratterizzati, oltre che dagli elementi già passati in rassegna, dalla distribuzione estiva e dall’evocazione di un clima di disimpegno e divertissement, pur senza disdegnare un sottotesto sempre riflessivo. Il singolo, tuttavia, non dà giustizia alla svolta collettiva del disco, che porta Gabbani ad abbandonare gradatamente la prospettiva individuale a favore della scelta di guardare in modo più organico alla consapevolezza della dimensione sociale. Un esempio ben riuscito è “Duemilaediciannove”, dove l’intento corale è espresso attraverso uno stile fortemente citazionista e contaminato, ma nello stesso tempo equilibrato.
Al di là della norma del sistema sociale
—cri cri cri, ci son troppe cicale—
con un piede nel bene e una scarpa nel male
dietro a queste parole dentro a cui ci perdiamo
al di là del sesso, del progetto immenso
del concepimento, dell’essere umano
ti amo
Ogni esperienza dell’io viene ricondotta dal cantautore a un’esperienza complessivamente umana, anzi, a una sfida dell’uomo che deve cercare di sopravvivere a un’esistenza di cui fa fatica a cogliere il senso, schiacciato com’è dai rumori del quotidiano e dei sistemi sociali. Questa consapevolezza porta Gabbani a denunciare, tra le altre cose, l’uso eccessivo delle parole: in “Viceversa” questo approccio risulta particolarmente originale, perché il brano è presentato in un contesto come quello del Festival di Sanremo, dove le parole delle canzoni d’amore hanno a lungo dominato il palcoscenico (e lo dominano tuttora). Il ritornello di questa canzone, invece, sembra affermare proprio l’inutilità di certe parole semanticamente vuote, sostenendo di contro il primato dell’amore come forma di vita, e dunque del vivere ogni momento qui e ora, compreso l’amore, con grande intensità.
Ma se dovessimo spiegare
in pochissime parole
il complesso meccanismo
che governa l’armonia del nostro amore
basterebbe solamente dire
senza starci troppo a ragionare
che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
Questa consapevolezza porta il cantautore a cercare una risposta a questa crisi, trovandola non solo nell’invito a vivere il presente, ma nel bisogno di autodeterminazione di un io disperso ed espanso nella liquidità del presente.
Questo tema è affrontato in particolare in Volevamo solo essere felici, disco del 2022 in cui il caos del presente diventa una dimensione programmaticamente dominante entro cui l’uomo è invitato a cercare i propri punti di riferimento per poter da un lato sopravvivere, e dall’altro vivere in modo adeguato. L’album, che non ha in realtà goduto di un grande successo, presenta almeno tre brani molto forti. Il primo è “Sangue darwiniano”, che prosegue il tono e la riflessione del successo del 2017 (con tanto di auto-citazione nel ponte finale: “No, volevo dirle che se dovessimo spiegare/ in pochissime parole le lezioni di Nirvana con / si ricorda il famoso Buddha in fila indiana?”) ma in modo ancora più intenso, offrendo contrasti quasi fastidiosi all’orecchio, capaci di restituire un mondo in cui tutto è contaminato (“Missionario musulmano / eschimesе e africano[…] / Dalai Lama newyorkese / un Prosecco Sangiovese / Padre Pio, Harry Potter e anche Dio”), che però porta l’uomo all’infelicità (“È nato un nuovo mondo eppure sono a lutto”), poiché rischia di perdere sé stesso.
Nell’era dell’acquario mica mi ci tuffo
si stava meglio prima, te com’è che stai?
lavoro tutto il giorno, hard day’s night
è una rivoluzione su YouTube, è un video apocalisse
per imparare poco o niente, metti casomai finisse
questo sangue darwiniano sgocciolato sul divano
Gеsù Cristo fermo con le mani in mano
Il secondo è “La rete”, dove il web del social viene descritto come una rete in cui vengono intrappolati i pesci attraverso il classico stile di contrasti di Gabbani, dove le polisemie si mescolano a ritorni ritmici e ossessivi che restituiscono una certa difficoltà nella vita. L’ultimo è “Spazio tempo”, dove l’intento filosofico è esplicitato in una costruzione particolarmente riuscita sia musicale che testuale.
- L’invito a vivere il quotidiano nell’eterno
In questo testo Gabbani sintetizza definitivamente quella che possiamo definire la sua filosofia, ossia l’atteggiamento, duplice e mutevole, che ci permette di rimanere uomini nel contesto della liquidità postmoderna: l’ancorarsi al quotidiano e alle sue piccole cose, che aiutano l’uomo a trovare momenti capaci di dare senso al presente e di fargli superare le sue fatiche; e il proiettarsi verso una dimensione senza tempo e senza spazio, in cui sperimentare e toccare con mano l’eterno (Gambirasio 2025). Il tempo si trasforma così in un flusso continuo in cui passato e futuro si intrecciano (“Il passato non dimentica / il futuro fa ginnastica”) in una serie di piccoli momenti che dobbiamo caricare di senso (“Natale in un qualsiasi lunedì / Houdini / che toglie le catene al mondo”) per far sì che siano intensi, e soprattutto che ci facciano pregustare l’eterno (“un battito perpetuo / che dura un momento”). La cultura occidentale vive così la sua rivincita, poiché il cantautore passa in rassegna alcuni momenti della storia dell’arte e del pensiero in cui gli artisti occidentali hanno cercato di combattere questa lotta impari (“Nei millenni tutti gli anni / aspettando primavera / un Platone, un Botticelli d’emblée”), il tutto cantato su un tessuto musicale che si apre verso l’alto, proiettando ancora una volta il presente in una dimensione eterea.
L’ultimo – a oggi – album di Gabbani, Dalla tua parte (2025), sintetizza e raccoglie molti degli elementi che caratterizzano il suo stile e la sua produzione, anche se si avverte una certa sensazione di disequilibrio tra i brani. Per esempio la canzone presentata al Festival dello stesso anno, “Viva la vita”, azzera i giochi di parole tendendo a una commistione tra astratto e concreto a tratti forzata (“ma com’è limpida / com’è domenica”), preferendo condensare un messaggio chiaro e proiettivo nel ritornello (“Viva la vita così com’è/ viva la vita, questa vita che / è solo un attimo / un lungo attimo”). Invece brani come “Al di là” sono ricchi di contaminazioni culturali che però appaiono poco funzionali a esprimere un senso complessivo (“Due Promessi Sposi incatenati alle promesse spese / restiamo perlomeno ieri, adesso, sempre e mai / come umili e spietati samurai”), oltre che a insistere in modo abbastanza involuto sui concetti cardine della sua poetica, presentati in accumulo. Più riusciti, invece, gli espliciti divertissement come “Frutta malinconica”, che non solo si regge su un’intuizione parestetica efficace (la frutta che prova malinconia), ma costruisce una serie di immagini estive adatte ad accompagnare il paesaggio sonoro della stagione con leggerezza, senza però rifiutare il gusto per la contaminazione e per il citazionismo (“frutta fresca di stagione / nei campi di girasole […] / ma stasera / la stagione dell’amore / è solo un’allucinazione / te quiero mucho, sai, sotto l’ombrellone”).
Quello che appare evidente, a conclusione di questa ricostruzione, è la capacità di Gabbani di rivolgere nel tempo lo sguardo verso la dimensione umana, che si esprime nella lotta e nella ricerca di un equilibrio fondamentale per vivere in modo sereno. Questa traiettoria è supportata dal tentativo del cantautore di dare risposte a domande certamente senza tempo, ma che si incarnano nella liquidità del presente configurandosi come una finestra aperta efficace sulla società contemporanea.
Insomma, il canzoniere di Gabbani dà forma a una sorta di karma che non è più soltanto una provocazione ironica nei confronti dell’Occidente, ma un invito a riscoprire in modo consapevole la spontaneità, la capacità di sorprendersi e la forza di cogliere l’eterno (Fiori 2018). Questi aspetti lo rendono un soggetto interessante della scena musicale italiana dell’ultimo decennio, poiché dietro le logiche del pop (Colombo e Luporini 2025) si mostra come un cantautore capace di rendere accessibile la complessità della condizione umana attraverso un linguaggio che rimane leggero, ma viene impiegato quale strumento per interrogare il nostro rapporto con il tempo e con lo spazio, ma anche con gli altri e, infine, con noi stessi.
Bibliografia
Fausto Colombo e Lorenzo Luporini, Una storia in comune: perché la cultura pop racconta chi siamo, Milano, Mondadori, 2025.
Umberto Fiori, La canzone cita le scimmie, vince il Nobel e aggira le sdrucciole, in Vittorio Spinazzola (a cura di), Tirature’18. Lieto fine, Milano, Il Saggiatore, 2018.
Luca Gambirasio, Pop Environmentalism: An Ecomusicological Analysis of Italian Singers Elisa, Francesco Gabbani, and Jovanotti, “JWPM”, 12/2, 2025.