Version of the rice pickers by Giovanna Marini


Bella ciao

Traditional folk song

Alla mattina appena alzate
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
alla mattina appena alzate
laggiù in risaia ci tocca andar

E fra gli insetti e le zanzare
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
fra gli insetti e le zanzare
duro lavoro ci tocca far

O mamma mia, o che tormento
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
o mamma mia, o che tormento
io t’invoco ogni doman

Ma verrà il giorno che tutte quante
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
verrà il giorno che tutte quante
lavoreremo in libertà

Goodbye Beautiful

Translated by: Francesco Ciabattoni

In the morning as soon as we get up
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao in the morning as soon as we get up
down there in the rice field we must go.

And among the bugs and the mosquitoes
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao among among the bugs and the mosquitoes
toil hard we must.

Oh my goodness, so much pain
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
oh my goodness, so much a pain
I invoke you every morning

But the day will come when all of us
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
the day will come that all of us
will work and be free.

Mondine o partigiani: chi cantò prima “Bella ciao”?,
Cos’è il “canto sociale”, come si lega alla battaglia politica, all’idea di musica popolare.

di FRANCO FABBRI
da l’Unità, 7 dicembre 2003

Perché la canzone “ufficiale” della Resistenza è Bella ciao, anche se i partigiani cantavano di più Fischia il vento? E cos’è la “versione delle mondine”, quella inclusa nell’album ll fischio del vapore di Francesco De Gregori e Giovanna Marini? Le risposte a queste e a molte altre domande si trovano nella raccolta di saggi sul “canto sociale” di Cesare Bermani, pubblicata da Odradek col titolo Guerra guerra ai palazzi e alle chiese (un verso de L’inno dell’Internazionale, sull’aria della Marsigliese, circa 1874).

Non preoccupatevi: le risposte verranno date anche qui, e il bel libro di Bermani non è una raccolta di fatterelli, buona per una serata di quiz in qualche vecchia Casa del Popolo. Tutt’altro. Ma è lo stile dell’autore, la tenacia con la quale rincorre e quasi sempre trova documenti e prove decisive, a suggerire il paradigma indiziario per questi saggi storico-antropologici rigorosi, densi, di lettura appassionante. Quasi sempre? Sì, perché ad esempio la vicenda della “versione delle mondine” di Bella ciao non è ancora conclusa, e Bermami ci lascia in sospeso al termine del saggio, dopo aver smontato e rimontato i fatti più o meno noti, e quelli di cui solo pochi ricercatori sono a conoscenza. Ci torneremo fra poco, abbiate fiducia.

Ma cos’è il “canto sociale”? Dai titoli si intuisce che abbia a che fare con gli inni e le canzoni politiche e con il canto popolare. Bermani usa questa espressione consapevole delle contraddizioni insite nell’impiego disinvolto della categoria del “popolare”. Se popolare, per consuetudine etnomusicologica, è sinonimo di contadino e di tradizione orale, allora gli inni di lotta, dei quali è rintracciabile un originale scritto, e che in buona parte sono nati dalla penna di intellettuali urbani, non possono essere iscritti nella categoria del popolare, se non in quanto il loro uso, la proliferazione delle modalità esecutive e delle varianti, i metodi di ricerca di chi voglia studiare questo materiale sono riconducibili a quelli tipici della musica di tradizione orale. Allora Bermani ricorre a un termine diverso per l’oggetto delle sue inquisizioni, e ci ricorda che “il canto sociale è quindi, sin dalle sue origini, fenomeno di frontiera tra culture ufficiali (sia dominante che di opposizione) da un lato e culture popolari dall’altro, utilizza a volte testi e musiche provenienti dalle culture egemoni (…), a volte di produzione popolaresca (…), a volte interni alla produzione popolare”.

Insomma, in modo davvero esemplare Bermani ci mostra come per studiare un insieme di musiche occorra prima di tutto riflettere sulle categorie. E la categoria “canto sociale” riunisce musiche di origini e caratteristiche disparate, riunite dall’uso e dalla funzione. Parafrasando Gramsci si potrebbe dire: non conta se questi canti siano nati sociali, ma se sono stati accolti come tali. Difficile obiettare. Eppure, un tempo l’identificazione fra popolare e contadino esercitava un’attrazione irresistibile proprio sui ricercatori delle tradizioni, che al tempo stesso coltivavano la canzone politica cercando di modellarla su quelle tradizioni. Si discuteva se il canto popolare fosse di opposizione in sé, o se il ricercatore e l’operatore di folk revival dovesse privilegiare il repertorio che – si sarebbe detto allora – sviluppava al massimo grado la coscienza politica delle masse.

Ecco, la storia della Bella ciao delle mondine inizia da qui. Quando Giovanna Daffini, mondina e cantastorie, cantò davanti al microfono di Gianni Bosio e Roberto Leydi una Bella ciao nella quale ai noti versi del partigiano che ha “trovato l’invasor” era sostituita la descrizione di una giornata di lavoro delle mondine, non parve vero di aver rintracciato l’anello mancante fra un inno di lotta, espressione della più alta coscienza antifascista, e un precedente canto di lavoro proveniente dal mondo contadino. Nonostante qualche incongruenza e qualche sospetto, la versione venne accettata. E il Nuovo Canzoniere Italiano nel 1964 partecipò al Festival di Spoleto con lo spettacolo dal titolo Bella ciao. In quegli anni dei primi governi di centro-sinistra si compie quella che Bermani, riprendendo il concetto da Hobsbawm, chiama “l’invenzione di una tradizione”. Bella ciao, una canzone cantata durante la Resistenza da sparse formazioni emiliane, e da membri delle truppe regolari durante l’avanzata finale nell’ltalia centrale viene sempre più frequentemente preferita nelle manifestazioni unitarie a Fischia il vento, canto di larghissima diffusione fra tutte le formazioni partigiane, riconosciuto nell’immediato dopoguerra come l’inno della Resistenza. Fischia il vento ha il “difetto” di essere basata su una melodia russa, di contenere espliciti riferimenti socialcomunisti (“il sol dell’avvenir”), di essere stata cantata soprattutto dai garibaldini. Bella ciao è più “corretta”, politicamente e perfino culturalmente, anche se molti partigiani del Nord non la conoscevano nemmeno. Era poi un canto delle mondine, no?

No. Nel maggio del 1965 arriva una lettera all’Unità. La scrive Vasco Scansani, da Gualtieri, lo stesso paese della Daffini. Dice di essere lui l’autore della Bella ciao delle mondine, e di averla scritta nel 1951, basandosi sulla versione partigiana. Dice che la Daffini gli ha chiesto le parole, nel 1963. Allarmatissimi i ricercatori del Nuovo Canzoniere Italiano interrogano Scansani e la Daffini: si rendono conto, nella confusione delle testimonianze, che il mondo dei cantori popolari è più complesso e contaminato di quanto non credessero, che ci sono esigenze di repertorio, desiderio di compiacere il pubblico, e di compiacere gli stessi ricercatori. Parte un nuovo studio, si individuano tracce di Bella ciao in vari canti popolari, non si esclude che fossero parte anche del repertorio delle mondine: ma no, quella versione della Daffini è posteriore alla Bella ciao dei partigiani. La storia, come ho anticipato, non è finita: nel 1974 salta fuori un altro preteso autore di Bella ciao, ma di una versione del 1934: è Rinaldo Salvadori, ex carabiniere, che avrebbe scritto una canzone, La risaia, per amore di una ragazza marsigliese che andava anche a fare la mondina. Il testo, con versi come “e tante genti che passeranno” e “bella ciao”, glielo avrebbe messo a posto Giuseppe Rastelli (futuro autore di Papaveri e papere, politicamente “più nero che rosso”), e la Siae dell’epoca fascista ne avrebbe rifiutato il deposito. Il resto della vicenda lo potete trovare nel libro, splendido e utilissimo, di Bermani.