Fausto Amodei

(Torino, 1935 – 2025)

Se non lo conoscevate… (di Carlo Pestelli, Studioso indipendente)

(Pubblicato originariamente su ANPINICOLAGROSA)

Il 30 ottobre 2012 Fausto Amodei si esibiva nel suo ultimo live ‘ufficiale’ nella pinerolese Sala Patrizia Cerutti Bresso. Organizzato dalla locale Accademia di Musica, il concerto era basato sul repertorio di George Brassens, sicché niente canzoni autografe, nessun “Il tarlo” né “Per i morti di Reggio Emilia” e piuttosto tante e vertiginose acrobazie rimiche e lessicali, nella rigorosa aderenza alla metrica brassensiana. In italiano come in torinese le traduzioni di Fausto sono insieme un atto d’amore e una prova di fedeltà al testo sorgente. Esemplare a questo riguardo la traduzione dialettale di “La marche nuptiale”, ovvero “La marcia ‘d nòsse”, in cui i due sposi protagonisti, genitori dell’io cantante, si sposano in Municipio, proprio come nell’originale. Lo sottolineo perché invece Fabrizio De Andrè (“Marcia nuziale”, Volume 1 del 1970) rinuncia alla laicità del rito e tradendo il punto di vista di Brassens decide di far sposare la coppia in chiesa. Forse che il grande artista genovese volle tardivamente sdebitarsi con la cattolica Radio Maria che, ben diversamente dalla bigotta RAI di Stato pilotata dalla DC, ne trasmetteva le canzoni a inizio carriera? Divagazioni a parte, ecco la strofa incriminata in tutti e tre i casi.

Brassens:
Quand même je vivrai jusqu’à la fin des temps / Je garderais toujours le souvenir content / du jour de pauvre noce où mon père et ma mère / s’allèrent épouser devant Monsieur le Maire.

Amodei:
Vivèissa pura fin-a sent’ani e pì an là / a-i é n’arcòrd che mi i l’avrai mai dësmentià: / a l’é col ëd le pòvre nòsse, cand mè pare e mia mare / as son marià an Comun, con sindich e fanfare.

De Andrè:
Ma pure se vivrò fino alla fine del tempo / Io sempre serberò il ricordo contento delle povere nozze / di mio padre e mia madre / decisi a regolare il loro amore sull’altare.

Fausto era un po’ critico circa le traduzioni deandreiane, proprio perché l’assioma traduttore-traditore non faceva al caso suo (‘suo’ di Brassens, prim’ancora che di Fausto). A proposito di discepoli-colleghi famosi Fausto fu sempre in ottimi rapporti, anche se sporadicissimi, con Francesco Guccini e Claudio Lolli, mentre con l’ex amico Gipo Farassino ci fu qualche screzio professionale (proprio per qualche appropriazione indebita di traduzioni amodeiane da parte di Gipo), ciò che però non impedì a Fausto di recarsi ad omaggiare la salma dello chansonnier torinese al Teatro Carignano, quando vi s’allestì la camera ardente (dicembre 2013). Tra gli artisti ancora in attività Stefano Bollani è sicuramente un grande estimatore di Fausto, oltre che ottimo esecutore delle sue canzoni, ma sono anche stato casuale testimone degli incontri tra Fausto con Frankie Hi-Nrg (a Rivoli, Maison Musique… correva l’anno che non ricordo) e soprattutto con Vinicio Capossela (a Dogliani, per il festival della tivù nel 2024).

Lo spettacolo pinerolese di cui sopra aveva anche un titolo: Tutte le lingue di Brassens. Per l’occasione mi permisi di informare Luca Rastello, grande e sincero ammiratore di Fausto, che quel concerto rischiava d’essere l’ultima apparizione ufficiale in pubblico; Luca ne intuì l’importanza e dalle colonne di La Repubblica-Torino fece uscire un articolo di presentazione della serata a tutta pagina. Per me, che quella sera suonavo con lui, fu l’occasione di affiancare Fausto con altre traduzioni in altre lingue, come inglese e tedesco e in particolare spagnolo e catalano (le traduzioni di Brassens in spagnolo e catalano, rispettivamente di Pierre Pascal – per la voce del celebre Paco Ibañez – e di Miquel Pujadó, sono molto famose, oltre che riuscitissime).

Ma facciamo un passo indietro: anni prima, correva l’anno 1991, fu proprio a Torino che ascoltai Fausto suonare e cantare dal vivo per la prima volta e l’occasione c’entrava sempre con Brassens, di cui ricorreva il decennale della morte. Per l’occasione infatti il Centre culturale français di via Pomba organizzò un recital in cui Fausto omaggiava il maestro cantandone le canzoni più famose; ad esse aggiunse in scaletta alcune delle sue traduzioni e se ricordo bene, dietro l’insistenza del pubblico che reclamava un suo brano, tra i bis infilò “Il povero Elia”, gemma giovanile di Fausto. Tra il numeroso pubblico c’era anche l’altro grande luogotenente brassensiano: Nanni Svampa, accorso appositamente da Milano; poi c’era il critico musicale Gabriele Ferraris, che recensì il concerto, ma c’era anche un signore che all’ingresso temeva non lo facessero entrare per il troppo pubblico: veniva da Bardonecchia e discuteva cogli organizzatori rimarcando che era pervenuto apposta da fuori Torino. Non meno spaventata dalla ressa, all’entrata, ricordo una signora che intimando a gran voce di non spingere, fece presente che era vedova di una delle vittime dell’incendio del cinema Statuto. E ricordo anche alcuni giovanissimi, non ero io certo l’unico diciottenne: il mio vicino di sedia, a occhio e croce mio coetaneo, aveva il registratore portatile per immortalare su musicassetta il raro concerto (ai tempi si chiamavano ancora concerti e non eventi). Ho conservato l’invito di quel pomeriggio, di quella esibizione in quel luogo così inadatto per tutta quella gente, e sono riuscito a farlo riprodurre nel libretto del recente Oiseaux de passage, disco del 2023 pubblicato dall’infaticabile Valter Colle, amico ed editore di Fausto. Il disco è una sorta di saldo a un precedente lavoro similare. Nel 2020, sempre per nota, uscì infatti la prima e ben più corposa testimonianza delle traduzioni brassensiane, quelle effettuate fino al 1990; si tratta di una registrazione rudimentale, buona la prima, di molti anni avanti (in sostanza è la digitalizzazione di un registrato domestico su DAT risalente ai primi anni Novanta, avvenuto –come mi raccontò Fausto- a casa dell’amico Alberto Cesa), ma forse anche per quello doppiamente preziosa, per quel di più di rustica spontaneità. Da quel momento (1990) Fausto, oltre a scrivere ancora alcune canzoni, si cimenta sporadicamente nell’esplorazione di altri repertori paludati, penso a padre Ignazio Isler (di cui se non fosse per Fausto nessuno saprebbe nulla). Lo spirito di ton ton Georges continua ad aleggiare a casa Amodei e di tanto in tanto, dal 1990 in poi, quel fantasma deve aver puntato i piedi per reclamare altre traduzioni, ancora arditamente fedeli all’originale, perfettamente sovrapponibili per precisione ritmico-metrica.

Ho frequentato Fausto per oltre trent’anni e quando a settembre scorso (2025) se n’è andato all’improvviso, proprio mentre si trovava in ospedale per questioni di salute legate alla moglie Gabriella, non ho realizzato subito, appresa la triste notizia, che l’indomani mi sarei svegliato in un mondo, una città, senza Fausto. Non mi è mai stato e credo non mi sarà mai così facile e normale stare al passo d’un amico con tanta naturalezza; c’erano sì quarant’anni di distacco, ma non mi faceva nessuna differenza con le amicizie di coetanei o di più giovani. Fausto c’era sempre. Una volta, in prossimità delle festività natalizie, gli scrissi via email gli auguri chiedendogli cosa avrebbe fatto nelle brevi vacanze, se aveva in animo di muoversi o cos’altro. Questa la sua risposta (email del 20.12.2008): “Noi [Gabriella e Fausto, ndr] quasi sicuramente resteremo a Torino, anche perché a Rorà (l’ho saputo oggi) ci sono due metri di neve, ed anche se ci sono la ciaspole, l’età e la pigrizia smorzano ogni aspirazione all’avventura artica”. Per dire della sua proverbiale autoironia… Un’altra email, più recente, la concludeva con il seguente, salutifero augurio: “go well of body”, accludendo la traduzione tra parentesi (va bene di corpo). Nulla di bassamente scatologico, sia chiaro, ma semplicemente un’originale formula di commiato a una email scherzosa fin dall’esordio:

Carocarlo (suona bene, anche come infinito oggettivato del verbo “carocare”).

Del suo umorismo poteva investire gli interlocutori anche in circostanze ufficiali, come fu per l’incauto presentatore d’un Festival provinciale dell’Unità, il quale, nel presentare a un folto pubblico l’architetto cantautore in procinto di esibirsi, forse per l’emozione e comunque in balia d’un eccesso di foga traditrice, si espresse così: “compagne e compagni, ecco a voi Fausto Amodei, quello che ha fatto i morti di Reggio Emilia”. Se non che Fausto, prontamente: “No aspetta! Quelli li ha fatti Tambroni. Io ho solo scritto ‘Per i morti di Reggio Emilia…’”.

Quando abitavo in Spagna, vent’anni fa, riuscii a farlo invitare dal Centro di cultura italiana per una serie di concerti nelle università di Siviglia, Cordova e Granada; era il 2004. Arrivò con la sua inseparabile chitarra e si esibì per un giovane pubblico incuriosito. Concludeva sempre i concerti con “Il giorno dell’uguaglianza” (“Ci sveglieremo un mattino diverso da tanti / e sentiremo un silenzio mai prima ascoltato….”), una canzone del 1963 che a Torino non suonava mai. Il testo contiene alcuni dei concetti-bandiera che John Lennon coagulerà anni più tardi in “Imagine”.

Non ci saranno più martiri, boia e tiranni,

saremo tutti un po’ santi ed un po’ peccatori;

non ci sarà più, per molte migliaia di anni,

gente che voglia atteggiarsi a nostri tutori.

Scompariranno i soldati ed i generali,

scompariranno scomuniche, preti e censori,

diventeremo un pianeta di esseri uguali

dove ciascuno ha rispetto degli altri e di sé.

Ancora anni prima, era il 1995, per il cinquantennale della Liberazione preparammo assieme un recital sulle canzoni dei partigiani. Ci esibimmo una dozzina di volte nell’arco di tre mesi, tra aprile e giugno. L’esordio fu nel piccolo auditorium della comunità ebraica di Torino, in barba a ogni norma sulla sicurezza: ricordo infatti una sala pienissima, con anche molta gente in piedi. Altre due esibizioni di rilievo furono a Boves, il 25 aprile e il 1° maggio a Torino, in piazza San Carlo. Boves è la Vandea della Resistenza, per cui cantare quel repertorio davanti a partigiane e partigiani brizzolati, al termine del lungo pranzo indetto dall’Anpi locale, fu davvero esaltante. Naturalmente a Fausto chiesero come bis “Per i morti di Reggio Emilia” e altrettanto naturalmente Fausto accondiscese. A Torino invece, pochi giorni dopo, tutt’altra atmosfera. Quello del Primo Maggio di piazza San Carlo è un concerto a coronamento del lungo corteo e si svolge in coda al comizio del sindacalista di turno, comizio non sempre seguitissimo da almeno una buona metà del serpente umano che, da via Roma, continua ad affluire nella piazza. A ciò si aggiunga che purtroppo già ai tempi, la fase conclusiva del corteo del Primo Maggio locale sbordava in scontri tra celerini e alcune frange di manifestanti. A mia memoria è proprio da quell’anno, epoca Valentino Castellani sindaco, che Torino a ogni 1° Maggio non mancherà di far notizia per gli scontri. In particolare, di quel 1° maggio 1995, ricordo due manifestanti bell’incazzati salire rabbiosamente sul palco: forse volevano intervenire rivolgendosi alla folla dal palco, col microfono di rappresentanza, scompaginando la scaletta degli interventi. Non lo so… So che con Fausto eravamo in procinto d’iniziare, ma ben diversamente dal raccolto concerto del 25 Aprile, la sensazione d’imbarazzo e tensione era palpabile, anche se Fausto non lo dava a vedere. Un attimo prima d’attaccare con la prima canzone, ci interrompemmo proprio per l’irrompere di quei due indignados, presto allontanati con le buone dal sindacalista della CGIL Gianpiero Carpo. E comunque, a parte le due rituali occasioni del 25 Aprile e del 1° Maggio, quel tour resistenziale si disputò negli auditorium delle scuole torinesi, dai licei Volta e Gioberti al liceo artistico, oltre al noto istituto professionale Amedeo Avogadro. Il reclutamento funzionava per passaparola: ci si esibiva in una scuola e qualcuno lo diceva allo studente d’un’altra scuola che chiedeva ai prof di invitarci e via così. In realtà ci prendevamo abbastanza sul serio. Fausto era un rigoroso e non avrebbe mai stilato una scaletta di brani ad occasionem senza il setaccio d’un’accurata selezione crono-filologica. Nelle riunioni preliminari fu infatti molto chiaro: le prime tre, irrinunciabili canzoni da mettere a punto erano: “Strofette di Regina Coeli”, “Dongo” e “Festa d’aprile”. La prima è un’ampia e ironicissima cronistoria post 25 luglio 1943, scritta da Franco Antonicelli, sull’aria della romanesca “Sor Capanna”. La seconda è l’archetipo del canto popolare-foglio volante, diffuso all’epoca dei fatti, con un particolare inquadramento narrativo inerente l’arresto del duce (“la fatal sua cattura”). Con “Festa d’aprile” (canzone ex post, del 1948) si compie quel passaggio di consegne tra i “partigiani fratelli maggiori” (canzone esemplare di Michele L. Straniero musicata da Amodei) e i membri di Cantacronache, perché il testo di Antonicelli, già Presidente del CLN-AI, fu musicato da un giovane Sergio Liberovici, che dei Cantacronache fu fondatore e anima musicale. La canzone è una rielaborazione degli stornelli trasmessi dalla biellese Radio Libertà, la sola emittente radiofonica gestita dai partigiani e rivolta al pubblico.

Quante cose ha fatto Fausto Amodei nella sua lunga vita? Tantissime. Dopo la laurea in architettura si recò un anno in Finlandia, per specializzarsi con un famoso architetto finlandese e non erano certo (o ancora) gli anni in cui era comune trascorrere un anno all’estero dopo gli studi ‘ordinari’. Fu anche parlamentare, nello PSIUP (ricorrente la battuta incastonata nell’acronimo: partito sciolto in un pomeriggio), ciò che gli valse l’epiteto di deputato delle sette corde; la settima corda era proprio il cognome che principia per ‘a’ (erano gli anni del sistema proporzionale e in genere le preferenze ai candidati si esprimevano per i primi due o tre nominativi della lista). Si fosse chiamato Omodei o peggio Umodei non sarebbe stato eletto. E invece si recò a Roma, a fare il deputato (dal 1968 al ’72) con tutto l’impegno possibile e, per un caso, in una legislatura ben più riformista del consueto (Statuto dei lavoratori, approvazione del divorzio e della prima riforma fiscale, istituzionalizzazione delle regioni ecc.). Nella fattispecie Amodei entrò nella commissione lavori pubblici. Ai tempi era già molto noto come musicista. Esaurita infatti nel 1962 l’esperienza del Cantacronache, assieme a Michele Straniero entrò a far parte del milanese Nuovo Canzoniere Italiano. Oltre alle canzoni proprie, metteva in musica testi altrui, suonava la chitarra e registrava canzoni popolari. Anche in quel caso l’approccio era rigoroso, oltre che produttivo, per così dire. In assoluto la prima registrazione di Bella ciao si deve a lui, che la arrangia e la canta a due voci assieme a Sandra Mantovani, così come non tutti sanno che c’è ancora lui dietro alla popolarità di “Addio Lugano”, canzone che registra dopo averla raccolta da un barbiere anarchico di Ivrea.

Più di una volta Fausto mi confidò che se non fosse stato per l’amico Sergio Liberovici avrebbe fatto soltanto l’architetto e questo la dice lunga su quanto Liberovici sia stato artisticamente determinante, dentro al Cantacronache; probabilmente tanto quanto il carismatico Michele Straniero fungeva da personaggio-fluido tra le diverse anime del gruppo. Quel che è ancora più certo è che folgorato dai dischi di Brassens, il giovane Amodei accantonò il pianoforte per buttarsi sulla chitarra e provarci anche lui. In questo senso il caso di Fausto è singolare, trattandosi d’un cantautore che, diversamente dalla maggioranza dei colleghi, non s’avvicina allo strumento imparando la manciata di accordi indispensabili per accompagnarsi, ma piuttosto traspone sulle sei corde una complessità armonico-melodica che gli derivava dall’abitudine alla destrezza digitale sul pianoforte e dall’occhio allenato alla lettura degli spartiti. Provare per credere: canzoni come “Il ratto della chitarra” o la conosciutissima (e ipercoverizzata) “Per i morti di Reggio Emilia” non s’è mai sentito nessuno riprodurle come l’autore, mentre è ben più facile, oltre che frequente, sentirle storpiare dai molti che ci hanno provato, inciampando in qualche immancabile imprecisione. L’ordito di accordi e appoggi e le immancabili diminuite che punteggiano le partiture delle canzoni di Fausto, è spiegabibile solo se si tiene in conto della provenienza classica. Limitandoci a un paio di esempi, sono infatti da rintracciare in Musorgskij e in un’aria della Bohème gli spunti ispirativi, rispettivamente, per la sovracitata “Per i morti di Reggio Emilia” e per “Il tarlo”. Il Fausto-chitarrista non era quindi una posa; il fatto è che non avrebbe potuto suonare diversamente, perché la fonte tecnica dalla quale partiva e ragionava non era quella di tutti gli altri cantautori. La stessa Giovanna Marini, che pure perfezionò lo studio della chitarra con Segovia, spendeva affettuosa ironia, oltre che sincera ammirazione, sulla complessità chitarristica delle canzoni di Fausto.

In generale Amodei aveva il culto abbastanza sabaudo per il lavoro fatto bene, perché sennò non era lui. Si trattasse d’un progetto per il collettivo di architetti, la preparazione di un concerto, l’organizzazione di un compleanno o di una gita in montagna, le cose andavano fatte come si deve. Naturalmente ascoltava molta musica: era abbonato ai concerti dell’Unione musicale e frequentava l’Auditorium di via Rossini per i concerti della RAI; amava anche il jazz e il blues, così come ammirava molto gli Inti-Illimani o il grande chitarrista inglese John Renbourn, col quale condivise il palco, a Roma, per il concerto del trentennale del Folk Studio di Cesaroni (nel 1992). Se ospitava amici a cena stappava vini ben scelti, mentre per il fabbisogno quotidiano c’era sempre una bottiglia di grignolino sul carrello. Raramente parlava del passato; a volte riceveva dischi di cantautori-ammiratori speranzosi d’un suo parere e nel poco tempo libero, se non leggeva un libro, suonava il pianoforte o sedeva al pc. Il suo rapporto con la tecnologia non fu mai quello dell’umanista passatista a disagio coi computer; al contrario, scaricava con disinvoltura i software per comporre e registrare musica ed era sempre al passo con la versione aggiornata per i programmi di scrittura. Inoltre si concedeva generosamente a giornalisti e appassionati di ogni età che, di tanto in tanto, venivano a conoscerlo nella dimora di via Vincenzo Monti, un alloggio al primo piano pieno di libri (ben più che di dischi) e di quadri, tra i quali spiccavano due ritratti dipinti da altrettanti pittori-ammiratori. Li conservava nello studio, uno a fianco all’altro: quello giovanile, dove Fausto figura senza barba, è opera di Gianni Colombo, mentre il secondo, mirabile esempio di pop art, è di Nino Aimone e risale al 1967.

Nel 1992 Fausto ricevette un’inaspettata telefonata dal compositore Luciano Berio. Questi gli chiese se per i sessant’anni di Umberto Eco avrebbe potuto gentilmente tramutarsi in regalo vivente. Proprio così: per il sessantesimo genetliaco, Eco organizzò una grande festa e l’amico Berio voleva presentarsi con Fausto come regalo. Fausto accetta e per l’occasione compone un lungo e divertentissimo tautogramma con la lettera ‘s’ (cito a caso un brandello che memorizzai dall’unica lettura che me ne fece a posteriori: sessualmente scorrendo: scopi sempre? Se sì, spesso? e poi in riferimento alle bustine di Minerva dell’Espresso: settimanalmente sai sciorinare sapidi siparietti…ecc.) e così si presentò dal festeggiato con un enorme fiocco che lo avvolgeva per intero. La sorpresa fu riuscitissima: i due non si vedevano da decenni e, raccontava Berio, Umberto Eco si commosse un po’.

Un’altra telefonata, invece, è all’origine di quella che con ogni probabilità fu l’unica canzone che scrisse su commissione. Un produttore di dolcetto lo contatta chiedendogli di comporre una canzone da cantare nelle vigne, durante la vendemmia. Lei accetterebbe, maestro? Volentieri – rispondeva Fausto. Ah bene! E quanto mi costerebbe? Ah, niente – rispondeva Fausto abbastanza divertito dall’insolita richiesta – niente soldi; preferirei essere ripagato in vino. Affare fatto. La missione era chiara: non solo o non anzitutto una canzone generica avente il vino come tema, ma una ballata possibilmente un po’ ritmica e orecchiabile, da cantare nelle vigne durante la raccolta dei grappoli, operazione che notoriamente richiede schiene robuste e resistenti. E il filologico Fausto da dove inizia? Da Noè, dal monte Ararat, componendo una ballata dal testo verbosissimo, otto strofe piene di accordi, diminuite, appoggi e rivolti, roba da impensierire anche i chitarristi migliori. Allegrissimo il ritornello: “son vignaiuolo sei vignaiuola / se l’uva è buona il vino è buono / vien vien vien morettina, vieni a vendemmiare”. E così suonava la prima strofa: alla salute di Noè, gran patriarca insigne / di cui la Bibbia narra che per primo piantò vigne / e l’uva lui non la mangiò neppure di nascosto / ma la raccolse e la schiacciò per ricavarne il mosto.” Ancora più riconoscibilmente amodeiana (per l’influsso cronachistico) la strofa finale: “Vietino tutto quel che vuoi Craxi con Jervolino, ma non gli venga in mente poi di condannare il vino. / Se per disgrazia ciò accadrà e se l’avranno vinta che la modica quantità sia almeno d’una brenta.” Fausto era così: si esprimeva a canzoni, gli riusciva facile, forte d’una solida e consolidata tecnica di versificatore, sempre pronto alla levata d’ingengo e con qualche geniale rima inaspettata e imprevedibile in serbo. Si sposava la figlia o gli moriva il cane? Ci scriveva sopra una canzone e a proposito del suo folto repertorio, anche per chi l’ha frequentato assiduamente, sarebbe impossibile raccogliere in modo organico la produzione intera e questo perché, a ben vedere, Fausto aveva sì uno sguardo alla francese, ma il fuoco che lo animava dentro era quello d’un inesausto nomade senza frontiere, un viaggiatore alla Salgari, di quelli che le canzoni le scrivono anche sulle tovagliette dei locali o sul retro delle ricette mediche. E questo music trotter, pur viaggiando più con l’immaginazione che con la valigia, ho sempre pensato che fosse così solare e comunicativo perché in fondo faceva quello che gli interessava. 

La prima canzone che mi insegnò, se a qualcosa vale questo ricordo, non fu una delle sue, né una di Brassens o di Boris Vian (ah già che Fausto ha tradotto anche alcune canzoni di Vian…. Oddio non lo sa nessuno: dove trovarle ora?). La prima, anzi le prime due canzoni che mi insegnò sono state “The House of the Rising Sun” e “Follia”. La prima è “The House of the Rising Sun” e va bene; la seconda è un esilerante vaudeville apocrifo, avente per protagonista scarognato un giovane pittore sbarcato a Roma coi suoi sogni d’artista e presto ridotto alla miseria da Ivana, una modella fatale e ingannatrice. È una canzone-bozzetto spassosissima, parodia operistica nel linguaggio e nel cantato e non ho mai saputo dove la scovò. In fondo Fausto, questa anche è da raccontare, aveva sulla chitarra un adesivo recante la seguente dicitura: I was picked up by Pete Seeger giacché nel giugno 1993 il vate del protest song nord-americano suonò a Torino, dove arrivò senza chitarra (smarrita tra i bagagli dell’aeroporto), per cui l’organizzatore Franco Lucà ricorse a Fausto per farsela imprestare. Onorato di rendersi utile per cotanto artista, Fausto è stato originale anche nel farsi fare l’unico autografo della sua vita, applicando appunto un adesivo sulla fascia della chitarra con la scritta di cui sopra e lo spazio lasciato vuoto per la firma del fruitore di quel prestito.

Ancora una cosa: io so per certo, lo ricordo bene, che la prima volta (estate 1991) che a casa di amici sentii la voce di Fausto attraverso un vecchio LP, era per “Se non li conoscete.” Non so chi è che accese il giradischi: immagino l’amica Caterina; eravamo a casa sua… Ed eravamo un gruppetto di ventenni, tutti studenti tra fine liceo e inizio università, e Fausto Amodei, un collega architetto del padre di Caterina, era a tutti sconosciuto. La canzone ci lasciò spiazzati, tra risolini di meraviglia e incredulità. Quella sera la volemmo riascoltare almeno altre tre volte. Negli anni ho suonato con molta gente e spesso ho trasmesso la passione per il repertorio di Fausto a persone che magari lo conoscevano solo di fama, o ad amici musici come Filippo Gambetta, in passato, e più recentemente Federico Bagnasco e Vincent Boniface. Sul volto di questi talentuosi musicisti, ho sempre colto lo stesso stupore, la stessa ammirazione provati personalmente tanti anni prima, quando per caso ascoltai per la prima volta “Se non li conoscete”, a casa di un’amica.

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