Di Claudio Giunta (Università di Torino)
Pubblicazione originale: C. Giunta: “Un’altra magnifica cosa pop. Elio e le Storie Tese”, in Id. Una sterminata Domenica, Il Mulino, 2013, pp. 153-176.
Tempo fa, a Radio Deejay, Nicola Savino ha detto qualcosa come “senza Elio e le Storie Tese la vita sarebbe un po’ meno bella”. Radio Deejay non è campo neutro, dato che gli Elio e le Storie Tese (EelST), insieme a Linus, ci fanno un programma ogni lunedì sera da quasi vent’anni (già solo il titolo del programma, Cordialmente, richiederebbe righe e righe di spiegazioni, perché per quello slittamento che coinvolge molte delle parole usate dagli EelST – e i loro stessi nomi: Elio non si chiama Elio, Rocco Tanica non si chiama Rocco Tanica – al titolo si sono aggiunte, negli anni, infinite irrazionali estemporanee sconce appendici, da Cordialmente pista di lancio a Cordialmente agile e tranquillo a Cordialmente mi piace il cazzo, fino all’odierno, ma ovviamente provvisorio, Cardialmente gigioneggiamo). Radio Deejay non è campo neutro, ma, senza pensarci troppo, mi è sembrata subito una cosa vera: la vita sarebbe un po’ meno bella senza gli EelST.
Naturalmente questo si può dire di un mucchio di cose e di un mucchio di persone, e ognuno ha diritto al suo elenco: “il secondo movimento della sinfonia Jupiter, Louis Armstrong, l’incisione di ‘Potato Head Blues’, i film svedesi naturalmente, L’educazione sentimentale di Flaubert, quelle incredibili mele e pere di Cézanne…” (Woody Allen, Manhattan). Sono tutti grandi piaceri: ma sono piaceri per iniziati, che per essere davvero apprezzati richiedono tempo, educazione, applicazione. Le vite medie non sono illuminate da Flaubert o da Cézanne, e anche nelle vite degli intellettuali sospetto che Flaubert e Cézanne contino un po’ meno di quanto agli intellettuali piace raccontare. E poi alla grande arte si collega quasi sempre un po’ d’amarezza: uno può godere dell’Educazione sentimentale, può ringraziare dio che Flaubert l’abbia scritta, ma il finale del romanzo non spinge veramente a pensare che la vita sia bella (qualche suo frammento lontano, semmai, ma ora non più): chiudiamo il libro affascinati, commossi, ma non con il sorriso sulle labbra. E insomma, tra ciò che rende la vita degna di essere vissuta e ciò che la rende «più bella» la sovrapposizione non è perfetta. Kafka, per dire, sta nel primo cesto, non nel secondo; e anche i film svedesi, direi.
Invece le parole “temporeggio bevendo spuma” (“Tapparella” 1996) sono, per me, una riserva di pura gioia. E anche la rima “E canto please don’t let me be misunderstood / mentre parcheggio nel parcheggio l’Alfasud” (“Discomusic” 1999). E anche la canzone contro Forza Italia di Rocco Tanica del 1994: “Siamo piccoli ma in fondo al cuor / c’è un istinto come di elettor / che ci guida ad una nuova speranza / di agio / e di imprenditorialità” (“Voglia di Biscione”). E anche “Gli amori” di Toto Cutugno che diventa “Ameri” (1994), quello di Tutto il calcio minuto per minuto. E anche la mitologia da case popolari di “Mio cuggino” (1996), in particolare “Mio cuggino topocane” e “Mio cuggino Benvenuto nell’AIDS” pronunciati da Elio con la voce distorta. E anche tutte le canzoni di Natale scritte per Radio Deejay, in particolare quella che contiene i versi “sta scendendo anche l’effetto / delle benzodiazepine / che il dottore mi ha prescritto” (“Presepio imminente” 2006). Potrei continuare per pagine. Pura gioia, senza l’ombra di un’ombra.
Per i distratti, o per chi non c’era. Il primo nucleo degli EelST si forma nel 1980 (Elio ha diciannove anni), ma il loro primo disco esce nel 1989: per quasi un decennio si limitano a fare concerti a Milano e in Lombardia e il successo (che è già però un successo interregionale: nella mia cameretta di Torino arrivano verso il 1983-84) cresce attraverso il passaparola e – i lettori sotto i trent’anni si facciano spiegare da un anziano – attraverso le cassettine doppiate da un amico di un amico di un amico, registrazioni dal vivo che di copia in copia finivano per essere praticamente inaudibili, un unico lunghissimo effetto neve sonoro: capire il testo di “Cara ti amo” (2006), che è recitata non cantata, era già una fatica; per i doppi o tripli sensi osceni di “Nella Vecchia azienda agricola” (1989) (“c’è la cozza tattu piane di sbarro”) non c’era speranza: avremmo dovuto aspettare i dischi, la consulenza di amici più informati, internet.
Il libro Vite bruciacchiate (Bompiani, 2006), che racconta la storia del gruppo anche attraverso le voci di chi li conosce, è pieno di storie eroiche su questi anni di gavetta passati a provare nel seminterrato di un ristorante, proprietà del padre di Faso, e a suonare un po’ dappertutto per pochi soldi. Ecco un fine-serata abbastanza tipico (parla Elio): “Integro con alcuni ricordi che emergono dalle nebbie. Dal ristorante ce ne andammo senza mangiare e ripiegammo su un bar che ci servì brioche al colesterolo e patatine. La danzatrice a petto nudo si chiamava Fabiana. I soldi andai a recuperarli io rischiando la pelle, e il gestore bastardo mi diede cinquantamila lire in meno”. Il libro è tutto così, uno splendido libro corale: Fabiana, il gestore ladro, pochissime groupies (“In quegli anni sembravamo ricoperti di antifiga, un preparato che allontana qualsiasi forma di vita femminile”), e una tale quantità di amici musicisti da far sospettare che tutti i milanesi ventenni di allora conoscessero gli EelST o qualcuno che conosceva gli EelST, sospetto che si rivela subito fondato quando s’interrogano i cinquantenni milanesi di oggi, perché sono tutti perlomeno amici di amici, e tutti li hanno visti suonare in un locale mezzo vuoto di Milano molto prima che diventassero famosi.
Nel 1989 esce Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu (che vuol dire qualcosa di atroce, in cingalese), che vende più di centomila copie. Seguono altri otto album, più varie raccolte live. Nel 1996 vincono, arrivando secondi (la contraddizione è solo apparente), il Festival di Sanremo. Nel 1997 girano un film porno con Rocco Siffredi. Negli anni Zero, singolarmente o in formazione completa, fanno concerti, teatro, radio, libri, arrivano a RaiTre, arrivano a La7, diventano mainstream, arrivano un’altra volta secondi a Sanremo. Oggi, a più di trent’anni dall’esordio, sono forse gli unici in Italia, insieme a Vasco Rossi, ad avere un vero successo intergenerazionale, dai teen-agers ai giovani nonni, diciamo.
A vedere le cose da fuori, questo successo è indossato con ammirevole understatement. Candidati a un premio allo MTV European Music Award del 1999, vanno a Dublino a loro spese, senza ufficio stampa, perché per la casa discografica una loro vittoria non è proprio possibile. Riescono a entrare e a mangiare in zona VIP “solo grazie a un amico tecnico della band di Ligabue che gli passa sottobanco i buoni pasto” (testimonianza di Luca Chiabotti). Vincono. Ma non hanno né i loro CD da far ascoltare ai giornalisti europei né una cartella-stampa, così montano una specie di spettacolino comico: “Siamo venuti solo per dirvi che la pasta non va cotta venti minuti e soprattutto non va condita col ketchup”.
E il prezzo che bisogna sempre pagare per il successo? Non c’è, si direbbe: non per loro. Niente deliri narcisistici, niente pose da guru, niente cliniche di riabilitazione, forse anche per una circostanza pratica banale: che il successo è arrivato piano piano, col tempo, e altrettanto lentamente sono arrivati i soldi, per altro da dividere tra sei-sette persone: il che aiuta a tenere i piedi per terra. Tempo fa Linus ha riferito una confidenza fattagli da Elio: «Linus, ma ti rendi conto? Io ho cinquant’anni e non ho mai comprato una casa!». E scommetto anche che Elio e gli altri si tengono la stessa macchina per dieci anni, e la lavano di rado, non stanno a pensare troppo alla marca dei vestiti che indossano, non vanno in palestra, o lo stretto necessario. Perché hanno cose molto più serie da fare, hanno una vocazione da seguire, quella vocazione che, mancando, porta gli esseri umani a spendere il loro tempo in attività come la compravendita di case, il lavaggio macchina, Dolce & Gabbana, l’epilazione. E il prezzo non è stato neppure lo snaturamento, o la maniera. Col passare degli anni gli EelST non si sono limitati a ripetere la stessa ricetta demenziale dei primi album (gli Skiantos e gli Squallor si sono consumati così), e hanno semmai complicato, non semplificato, le loro canzoni. I pezzi post-2000 sono più elaborati e più difficili di quelli degli anni Ottanta, sia la musica sia le parole. Per esempio: la colonna sonora di Tutti gli uomini del deficiente (1999) ha venduto pochissimo, anche se (o forse proprio perché) contiene pezzi originali notevoli, e due cover, da Zappa e dagli Area; commento degli EelST: “In realtà, noi scegliamo sempre strade in teoria meno commerciali che dovrebbero farci vendere di meno perché siamo convinti che così vendiamo di più. È un ottimo stratagemma, con un solo punto debole: non funziona”.
La formazione degli EelST è rimasta praticamente intatta dagli anni Ottanta a oggi: Elio (testi, voce); Rocco Tanica (testi, tastiere, voce); Faso (testi, basso); Cesareo (testi, chitarra); Christian Meyer (percussioni). Si è aggiunto nel 1999 Jantoman (tastiere); si è aggiunto nel 1992 l’architetto Mangoni, compagno di scuola di Elio che – come si legge nel sito della band – «viene chiamato a fare se stesso sul palco (un pirla, icona definitiva del pirla che è in ciascuno di noi), pur essendo nel frattempo diventato marito e padre amorevole nonché stimato architetto». L’unico che non risponde all’appello è Feiez, vero nome Paolo Panigada, che cantava e suonava un po’ tutti gli strumenti, ed è morto improvvisamente per un aneurisma nel dicembre del 1998. Feiez era uno della ventina di soprannomi che nel tempo gli aveva affibbiato Faso: e il nome, i nomi inventati innescano il «processo di tormentonizzazione», e cioè “la creazione di un mondo immaginario in cui il soggetto ha una sua storia personale più o meno particolareggiata e surreale” (che è lo stesso meccanismo infantile che sta alla base di parecchie canzoni degli EelST). Il nome “Feiez” era arrivato dopo (o in alternativa sincronica a) Mu Fogliasch, a Véseghel, a Visent, e anche a Panino (“No, dai – aveva commentato Feiez – Panino no…”): il coro “Forza Panino”, verso la fine di “Tapparella”, è per lui. E sono dedicate a lui anche le ultime pagine di Vite bruciacchiate, scritte da Rocco Tanica, pagine che sono come il rovescio e il complemento tragico di quelle splendidamente comiche che Rocco Tanica ha scritto, nello stesso libro, su altri momenti topici nella vita della band – mi sono venute per due volte le lacrime agli occhi, leggendo Vite bruciacchiate, la prima per il divertimento e la seconda per la commozione, e questo è molto di più di quello che in genere si chiede alla biografia di un gruppo pop-rock.
Della morte dell’amico gli EelST parlano, oltre che in Vite bruciacchiate, nelle quarte di copertina dei loro CD. Dato il tipo di musica che fanno gli EelST era difficile parlarne nelle canzoni, perché non c’è una sola riga dei loro testi che non miri a far ridere e che non prenda in giro qualcosa o qualcuno: l’incompatibilità è evidente. Ma la canzone “Bis”, senza esserlo mai esplicitamente, è chiaramente un pezzo in morte, e quelle con cui la canzone si chiude sono forse le uniche parole serie, indisponibili alla parodia, che gli EelST abbiano mai messo in una loro canzone: “Ma la vita non ti dà la possibilità di un bis / anche se sarebbe bello”. Che è un’ovvietà sdolcinata, naturalmente: ma a renderla toccante è il fatto che, come succede spesso, Elio gioca con la metrica, e pronuncia la prima frase a velocità supersonica (troppe sillabe in poche note), la seconda con una cadenza da filastrocca (meno sillabe di quelle che servirebbero), come se prendesse in giro la sua stessa seriosità: “anche seeee sareeeeebbe bello” (è la stessa ironia che c’è, poco prima, in “questa è la vita”, pronunciata come se fosse incisa nel marmo); e anche il fatto che arriva, inaspettata, alla fine di una canzone piena di scherzi e di turpiloquio, che non predisponeva alla commozione.
Le due cose che si dicono più spesso a proposito degli EelST sono: a) sanno anche suonare; b) sono geniali. Anche in Vite bruciacchiate geni/geniali è la parola che quasi tutti gli amici-testimoni adoperano per esprimere la loro ammirazione. Geniali è molto, ma è anche vago. Se proviamo a scomporre questa genialità, che cosa troviamo? Tenterò un elenco.
La qualità più notevole degli EelST è la capacità di vedere le cose. È la dote che hanno i poeti, è la ragione per cui leggiamo poesie: Seeing Things è il titolo di un libro di Seamus Heaney. Chi ha letto “La Pantera” di Rilke non guarda più con gli stessi occhi l’animale in gabbia allo zoo. E chi ha letto i versi centrali del canto XXIII del Paradiso (“Come a raggio di sol, che puro mei…”) se li ricorda ogni volta che gli capita di vedere in lontananza, mentre il cielo sopra di lui è coperto, un prato illuminato dal sole.
Naturalmente i poeti trasfigurano il loro quotidiano, non il nostro, e si chinano più volentieri sul sublime che sulle piccole avventure dell’uomo medio sensuale. Ebbene, gli EelST hanno preso in carico questo spicchio importantissimo di realtà. La festa delle medie non esisteva veramente, non era ancora stata veramente vista, prima che gli EelST la vedessero e la descrivessero in “Tapparella”. Il lato umiliante degli amori giovanili aspettava ancora i suoi cronisti: “Servi della gleba” è questa cronaca. E chi riflette mai sul destino disgraziato di tanti ex giocatori di calcio? Gli EelST lo hanno fatto – tragicomicamente, come andava fatto – in Sunset Boulevard.
Al grado zero, poi, le cose sono semplicemente le cose, e la stessa pietas si distende sugli oggetti, proprio nel senso dell’oggettistica da fabbrichetta brianzola: e genera una canzone sulle macchie d’umido sul soffitto (“Plafone”) o una su “un rivenditore di laminati plastici” che è costretto a portare in giro il suo campionario senza la macchina (“Abbecedario”). “Ha ampliato in maniera decisiva il vocabolario della poesia» è la formula che sui manuali di letteratura si trova riferita praticamente per qualsiasi poeta, da Cielo d’Alcamo a Edoardo Sanguineti (l’idea-guida è “Petrarca contro il Resto del Mondo”). Nella breve storia della canzone è difficile non dire la stessa cosa degli EelST: è difficile negare agli EelST un posto in questa piccola frangia di rivoluzionari, insieme a Gaber, Jannacci, Gaetano e ovviamente, prima e più in alto, Zappa.
Nella miscela degli EelST si fa fatica a distinguere l’apporto dell’uno o dell’altro membro del gruppo; e forse la distinzione è vana perché, prima di essere persone che suonano insieme, gli EelST sono amici, perciò condividono molte opinioni e molti gusti e disgusti. Si può dire quindi che la fissazione per gli oggetti quotidiani, seriali, e per le marche, è un frammento della poetica degli EelST come gruppo: o meglio, che è un pezzo dell’immaginario della loro generazione diventato quasi naturalmente uno degli ingredienti principali delle loro canzoni. Un’ossessione comune, dunque, che si manifesta come tenerezza per l’effimero, come devozione a tutte le infinite cose inutile – leggende metropolitane, spot televisivi, cartoni animati giapponesi, liquori da poveri (il Vov, lo Zabov) – che dagli anni del boom in poi ci hanno invaso l’esistenza. Ma, anche se l’ossessione è di tutti, va notato che questa ipersensibilità allo squallore postmoderno, che affiora a momenti nelle canzoni, è una costante della prosa di Rocco Tanica:
La parte toccante che tira in ballo i sentimenti intorno a pagina 70 è dedicata ai praticanti anziani del Falun Gong, allo zoccolino battiscopa in Klinker e ad un uomo alto che impersona Madre Teresa di Calcutta per scherzo […]. Dedicato al cane grasso di una coppia di spagnoli intravisti nella fila al bar del traghetto Barcellona-Genova nel 1985, con lo stesso tormento di allora.
Questa era la dedica che apre Scritti scelti male, perciò approfitto dell’occasione per dire che Rocco Tanica è, secondo me, di gran lunga lo scrittore comico italiano più dotato. Per dirlo mi baso, oltre che sui testi delle canzoni scritte per gli EelST e per gli altri, come Bisio e la Cortellesi, sui capitoli di Vite bruciacchiate intitolati “L’ultimo dei romantici” e “Rompere le balle ai cantante”, e – appunto – sull’antologia Scritti scelti male. “L’ultimo dei romantici” racconta della collaborazione degli EelST al film porno Rocco e le Storie Tese, con Rocco Siffredi. Nessuno scrive come David Foster Wallace: nemmeno Rocco Tanica, naturalmente. Ma l’intelligenza che c’è in “L’ultimo dei romantici” non è meno penetrante di quella che in “Il figlio grosso e rosso” di Wallace illumina il festival del cinema porno a Las Vegas, e senza l’amarezza che l’intelligenza di solito (e in Wallace quasi intollerabilmente) porta con sé. Quanto a Scritti scelti male, è un libro pieno di delizie, e delizie molto diverse tra loro. Ma tra i vari registri due soprattutto mi sembrano quelli che Rocco Tanica adopera da virtuoso.
Il primo registro è quello di una prosa straniata, impassibile, alla Buster Keaton. Per esempio quella del giornalista musicale che crede di intervistare Janis Joplin e invece intervista una che si fa passare per Janis Joplin, che parla italiano senza accento e ha imparato tutto su Janis Joplin da internet.
Lui: “Le chiedo per che squadra tiene”. Lei: “Udinese […]. Sta di fatto che il 4 ottobre 1970, seguendo di pochi giorni l’altro ‘eroe e martire’ del rock Jimi Hendrix, venni trovata mort… voglio dire, insomma… Ehm, che ne dici di andare a mangiare qualcosa? […]”. Lui: “Cosa hai detto? Cosa cazzo hai detto?”. Lei: “Sta’ a sentire. Lo stadio Friuli di Udine è fuori legge: scade il 31 dicembre la deroga all’attuazione delle modifiche previste dal decreto Pisanu. Lo ha ribadito il questore Padulano, precisando che se non saranno realizzate le infrastrutt…”. Lui: “Mi getto su di lei, urlando” (Gli articoli rifiutati da “Rolling Stone”).
Oppure il diario del tale che, per pura distrazione, uccide John Kennedy:
All’interno di un deposito di libri maneggiavo incuriosito un’arma legalmente acquistata e detenuta da un amico, che si chiamava Mannlicher Carcano. Approfittando di una momentanea assenza dell’amico, impiegato nello stesso deposito e che conoscevo in quanto marito di una sua conoscente, Marina Prusakova, ho utilizzato l’arma – da me ritenuta scarica – in modo maldestro e del tutto inappropriato, fino ad esplodere accidentalmente alcuni colpi fuori della finestra, verso una zona alberata e priva di edifici […]. A distanza di anni ho saputo che la mia dabbenaggine ha prodotto conseguenze assai gravi: due persone hanno perso la vita, un’altra ha riportato ferite profonde… (“Conseguenze della mia dabbenaggine”).
Il secondo registro è la mimesi comica dei gerghi professionali. Un altro giornalista musicale che scrive con tutti i tic, le mossette, la retorica dei giornalisti musicali: “Un ragazzo invecchiato dall’aria tranquilla, lontano dagli eccessi furibondi e rosei di Walking the Bargain, questo mi sembra mentre lo abbraccio senza parlare. Lui tiene le braccia lungo il corpo […]. Sembra volare con ali di pietra sopra strade di calce”. Oppure la lingua posticcia delle guide turistiche e dei blasoni cittadini:
Genova, in Liguria, città finalista del concorso ‘Capoluogo con il nome più lungo’, categoria fino a sette lettere; Genova segreta dei carruggi, del nocino, del tennis-tavolo femminile giovanile; Genova affacciata sui monti con le spalle al mare. Genova grande utopia camalla; Genova città nota in tutto il mondo per le sue caratteristiche […]. Ecco allora apparire dai drappeggi del suo naturale pudore la Genova che ti sorprende e ti innamora con il cosiddetto ‘pesto’, uno dei segreti meglio custoditi della cucina locale…
O il gergo para-scientifico delle schede tecniche dei cani con pedigree:
Il musello, di lunghezza media e arrotondato nella parte superiore, cadeva bruscamente sotto gli occhi. Le labbra, aderenti e unite, non presentavano parti lasse; guance e relativi muscoli erano molto pronunciati, le mascelle ben disegnate (quella inferior forte e potente nella presa) con articolazione a forbice; il tartufo nero. La testa era di lunghezza media e alta, cranio largo e stop netto. Il collo, appena convesso e di lunghezza media anch’esso, si assottigliava dalle spalle in direzione della testa. I fanoni? I fanoni erano assenti…
È, asciugato, concentrato, lo stesso mimetismo che rende perfette canzoni come “La bella canzone di una volta” (musica e parole prese dagli anni Venti), o come “Indiani” (musica e parole prese dai film western).
C’è dunque, come prova questo talento mimetico, una grazia complementare all’attitudine a vedere le cose, ed è l’attitudine a sentirle. Come hanno un radar per gli aspetti grotteschi della realtà, così gli EelST hanno un orecchio sensibile alle frasi fatte e ai clichés che tracimano dalla pubblica conversazione. La Bulgaria è “una nazione leader nel
Settore” (“Pipppero”: gergo merceologico); “Tra le maschere che un uomo può portare ricordiamo l’argilla” (“Shpalman”: dove ricordiamo all’inizio dell’elenco viene dal tema delle medie). E l’idioletto preferito, il più parodiabile, è ovviamente quello del pop: il sintagma “scampoli d’assenza”, nella canzone “Rapput” (Tanica-Bisio), “non significava veramente niente ma […] sarebbe stato perfetto in un sacco di canzoni di quegli anni”. E questo avvio crepuscolare – “Gli ombrelloni ripiegati e le sdraie / un’altra estate che se ne va / e io qui che mi ritrovo da solo” – sarebbe perfetto per una canzone da Festivalbar, salvo che c’è il milanese sdraie al posto di sdraio e salvo che dopo “mi ritrovo da solo” il testo prosegue “a pensare all’aborto… / Aborto aborto smaliziato dove vai…”.
Ora, l’ironia sulla lingua di plastica è un passatempo commune tra gli intellettuali, e l’orecchio degli EelST non è più raffinato di quelli di Fruttero e Lucentini, o di Arbasino. Solo che quella degli EelST non è quasi mai veramente ironia, e meno che mai sarcasmo. Al contrario, è come se le parole più usurate venissero convocate, nei racconti e nelle canzoni, per affetto, è come se ripeterle, isolarle, scavarci attorno, corrispondesse non a un’intenzione di censura ma al desiderio di appropriarsene, di lucidarle e farle brillare. Nelle fiabe di Elio c’è la renna che suda «col rischio di prendersi un accidente», che è un’espressione da mamma, di cui si sorride senza sarcasmo, perché fa tenerezza. Nel parlato finale di “Fossi figo”c’è il lamento di uno che è tutto il giorno che va “in giro a far ballare i piedi”, che è gergo stakanovista lombardo (e infatti spesseggia nei blog padani, contro l’ignavia meridionale). E c’è poi la fascinazione per la parola strana o desueta, dissonante. Il racconto di Elio
“Il motociclista che sapeva destreggiarsi nel traffico” ruota attorno a una di queste parole-fantasma, destreggiarsi: “Si arrivò al punto di creare del traffico artificiale anche nelle ore notturne per invogliarlo a destreggiarsi”. Nel racconto di Rocco Tanica Conseguenze della mia dabbenaggine (il
breve memoir scritto dal killer inconsapevole di JFK) la parola dabbenaggine è ripetuta così spesso che il fuoco del racconto finisce per essere lei, la parola, e non l’omicidio.
La canzone “Catalogna” ripete fino allo sfinimento, fino al nonsenso, la parola catalogna. È una fascinazione puerile, il tipo di tormentone che nasce sui banchi di scuola, dove qualsiasi cosa fa ridere, e una parte del divertimento e del piacere che dà l’ascolto degli EelST sta evidentemente nel fatto che riconosciamo il meccanismo, l’alone di surrealtà che circonda certe parole, e che ci fa ridere o sorridere. Finita la scuola, mentre tutti gli altri hanno dovuto mettere la cravatta, gli EelST hanno trovato Cordialmente, il programma su Radio Deejay dove collaudano i tormentoni che finiranno nei racconti e nelle canzoni. Da vent’anni Cordialmente è il laboratorio degli EelST: e il piacere con cui lo si ascolta deriva da un lato dal loro stesso divertimento, un divertimento che per una volta non è simulato, non è televisivo; dall’altro, dalla sensazione di far parte, per qualche minuto, di una compagnia di amici molto affiatata, i più simpatici del liceo.
La variante estrema di questo gusto per il suono più
che per il senso delle parole è il catalogo del collezionista. Questo è l’inizio di “Supergiovane” – tutti attributi o parole o cose che riguardano il Giovane (cioè il giovane degli anni Settanta: “figu” sta per ‘figurine’, il Garelli era un motorino, Oklahoma era il nome di una pistola ad aria compressa):
Argento vivo, sbiancate, figu, Oklahoma, sigarette, puttano, paciugo, garelli, smarmittare, figa, figa pelosa, figlio di puttana, porco diesel…
E questo è il finale:
Siamo forse secchioni? No. Siamo forse matusa? No. Siamo forse governi? No. Siamo forse checchineris? No. Siamo forse bulicci? No. Iarrusi? Buhi? Puppi? Posapiano? Orecchioni? Mangiatori di fave? Orrendi? Rammendati? Giuisci? Meiusi? Magutti? Fenderi? Finestrati? Oietti? Samanettati? Rautiti? Semeiuti? Aperitaviti? Aperitivi? “Sì”.
Su “matusa” e “governo” torno più avanti. Da “checchineris” a “orecchioni” è slang per ‘omosessuali’ (a parte “posapiano”). Anche i mangiatori di fave? O è un’allusione al favismo? “Rammendati” sono forse quelli che si fanno il lifting. Dopodiché si scivola nel nonsenso, cioè nella parodia del gergo giovanile, quello che negli anni Ottanta aveva prodotto i “paninari” e le “sfitinzie”. In confronto, i cataloghi di Arbasino sono più facili perché sono meno incoerenti (L’ingegnere in blu, Milano, Adelphi, 2008, p. 119):
E dopo la fase degli ‘oidi’ in auge ai tempi degli intellettualoidi e mattoidi e cretinoidi “before our time”, le ‘stupidere’ in voga negli anni Trenta e Quaranta fra i programmi di varietà dell’Eiar e i giornali umoristici tipo “Bertoldo” e “Marc’Aurelio” […]: gagà e gagarelle e gagaroni, pisquani, fresconi, maschioni, simpaticoni, tontoloni, brutaloni, tardone, vedovone e vedovelle, pivelli, picchiatelli, cretinetti, cretinoschi, zuppatori e zappatrici, scemi di guerra e poi tipi da spiaggia, navi-scuola, racchie, stellasse, fessacchiotti, mascotte, limonare, pomiciare, appariscente, effervescente, cercopitechi…
Il radar degli EelST impazzisce soprattutto quando capta le belle parole e le belle idee che a forza di essere ripetute a vanvera sono diventate stucchevoli, e si possono citare solo ridendo. In particolare
1) l’amicizia: “State ruotando le dita? State unendo le falangi? State stringendo amicizia con persone che hanno il colore della pelle diverso dal vostro? Bravi” (“Pipppero”).
2) I giovani. Qui in lotta coi
matusa e col governo: “Com’è noto, il nemico numero uno dei giovani è il governo, alleato coi matusa per impedire ai giovani di essere tali”. Qui fieri delle loro armi incruente, da opporre alla violenza del Potere: “la simpatia, l’umorismo,
la gioia di vivere e l’argento vivo addosso”. Qui spavaldi genere con tutte le ragazze sono tremendo: “Noi siamo i giovani / con i blue jeans”. E soprattutto
3) l’amore, che offre l’ispirazione a tutta una serie di anti-elegie spietate, la più famosa delle quali è “Cara ti amo” (che finisce appunto con “Evviva l’amo-o-o-o-oreeee!”); ma la più famosa non è anche la più cruda, perché questo titolo spetta semmai a “L’indianata” (“Di fronte all’amore / c’è poco da dire / c’è poco da fare / non resta che bere”: parla una casalinga alcolizzata), o al capolavoro che è “Servi della gleba”.
Il rovescio di questo iperrealismo linguistico – le parole della tribù trasferite pari pari nei testi delle canzoni – è la fantasia, il talento creativo che permette agli EelST di travisare la realtà e fabbricare mondi alternativi (vedi sopra il “processo di tormentonizzazione”). Gaber è riuscito a scrivere una canzone sullo shampoo; ma gli EelST sono riusciti a scrivere canzoni su figure da mitologia urbana come il “Fantasma Formaggino”, “Supergiovane”, o “Shpalman”, o l’indecifrabile “Vitello dai piedi di balsa”, o “L’Uomo del Giappone”, che sembra preso da un film di Lynch, e che invece nasce così: “Quel pomeriggio in cantina, appoggiato sul lettone, c’era L’uomo del Giappone, un fumetto di Robert Gigi. Eravamo arrivati al punto della canzone in cui il testo dice: “Siamo una banda di bastardi / al soldo di… Ehm… Boh? Di chi?”. Ed Elio, leggendo il titolo del libro: ‘… dell’Uomo del Giappone!’… risata con tuffo sul letto” (Vite bruciacchiate).
Una variante di questa vocazione fantastica è la finzionalizzazione di un dato reale, cioè il ricamare con l’immaginazione attorno a una cosa o a una persona che esistono davvero. “A volte lui se ne va via, non mi sta neanche ad aspettare / mi lascia con Bitossi, mi sembra di impazzire”. Questo è il ciclista Felice Gimondi che parla di Merckx, anzi canta del suo rapporto di odio-amore con Merckx in un assurdo crescendo alla Massimo Ranieri (“Sono Felice”, sulla musica di “Sono felice” di Ron–Milva).
“Sono Felice” rientra nella categoria delle canzoni scritte ‘in persona di’, che appartengono a un repertorio comico tradizionale (e non solo: è la Rollenlyrik già medievale, già classica), ma che negli EelST hanno, al di là della riuscita comica, una forza rappresentativa peculiare, perché non mettono in scena dei semplici tipi ma, per così dire, dei tipi individualizzati, attualizzati, sincronizzati con la cronaca. In “Sunset Boulevard” parla un giocatore sul viale del tramonto: “Io rinascerò. / Mi han lasciato in ritiro, / dove tiro e ritiro…”. In “John Holmes” parla John Holmes, e parla in milanese: “tutti mi scherzavano…”. In “Tapparella” parla lo sfigato della classe che non viene invitato alle feste. E l’effetto-teatro è potenziato dal fatto che queste figurine immaginarie hanno anche una voce loro propria, diversa da quella di Elio: l’uomo col borsello di “Uomini col borsello” è Riccardo Fogli, il vitello dai piedi di cobalto del “Vitello dai piedi di balsa” è Enrico Ruggeri.
Nella famiglia dei personaggi immaginari, la sottofamiglia più numerosa è quella degli animali. È probabile che questa ossessione appartenga soprattutto a Elio, e che Elio abbia poi contagiato gli altri membri del gruppo. Per buona parte, le sue Fiabe centimetropolitane parlano di strani animali contagiati dalle abitudini e dai tic degli umani: un cigno che sogna di finire sulla copertina di Fortune, un coccodrillo idrosolubile, un’antilope che si fidanza con un rinoceronte, la faraona che intraprende la carriera di fotomodella ma non dimentica “le sue umili origini”, il coniglio amministratore delegato di una società “che produce e commercializza carne di coniglio”. Sono gli animali di Fedro visti attraverso uno specchio deformante, o sotto LSD, e il risultato è qualcosa come una versione dopata dei limerick di Edward Lear. Che è poi la stessa cosa che si può dire degli animali fantastici che spuntano ogni tanto nelle canzoni: il vitello dai piedi di balsa, l’orsetto ricchione, il catoblepa, gli ibridi assurdi che stanno “Nella vecchia azienda agricola”:
Quante bestie ha lo zio Bruno, uno uno uno,
lui che è un orso,
poi c’è il ragno, ragno, ragno,
c’è la cozza tattu piane di sbarro,
c’è il pesce pilota sul pesce volante,
c’è il pesce frizione sul pesce capelli…
(C’è quindi una certa coerenza nel fatto che Elio abbia poi suonato e recitato, per conto suo, in Pierino e il lupo di Prokof’ev e nel Carnevale degli animali di Saint-Saëns).
Corollario: in questi mondi immaginari tutti i linguaggi possono convivere, e anzi il bello sta proprio nel far reagire tra loro linguaggi eterogenei, eventualmente con la sottolineatura straniata della musica. È la strana miscela che fa sorridere nel “fottio di animaletti” del “Vitello dai piedi di Balsa” (volgare + puerile, sopra una musichina da carillon). Oppure, in “Essere donna oggi”, è la successione, l’incrocio di frasi fatte da pubblicità (“protagonista del tuo tempo”, “corri incontro alla vita”), di formule libresche che non si troverebbero in nessun libro (“ostentando sicumera”), di sconcezze (“verso il mare del duemila al grido di ‘Cazzo, subito!’”), fino al virtuosismo di segmenti come “Piccole donne grandi labbra, / piccolo uomo grandi labbra apprezzerà” (romanzo della Alcott + dettaglio sconcio + canzone di Marcella Bella + dettaglio sconcio). Oppure, in “Shpalman”, in un’atmosfera da coro di voci bianche (il ritornello viene da Achille et Polyxène di Pascal Collasse, 1649-1709), è l’unione tra il registro formale (“ricordiamo l’argilla, come non citare il bronzo”), il lessico dei bambini (“cattivissimi, Pupù”) e le solite parolacce (“tamarro, incularmi la Vespa, focaccia di merda”).
In Vite bruciacchiate, Elio racconta com’è nata la sua prima canzone: “A casa sua composi ‘Giorgio légnami’, canzone sul problema dell’incomunicabilità, leggendo un bigliettino della ditta San Giorgio Legnami”. Qui c’è già in nuce parecchio di quello che si troverà nelle canzoni future: l’ironia sulle paturnie degli intellettuali (l’incomunicabilità è uno strascico di Antonioni), la caratterizzazione non proprio politically correct del rapporto uomo-donna (uno mena e l’altra incassa, e non le dispiace) e soprattutto, come s’è già detto, l’uso delle parole più per il loro suono che per il loro senso, un talento surrealista che porterà a delizie come “Catoblepa catoblepa, io ti dono le mie Tepa”. E la manipolazione non si ferma all’italiano.
Da un lato c’è l’inglese maccheronico degli italiani che non l’hanno studiato: “In Italia, terra del vater clos e del sanguis, grazie all’arch. Mangoni bungee jumping diventa Budy Giampi”. Ma l’esercizio non consiste soltanto nello storpiare le parole, che è un espediente banale. Alla metà degli anni Novanta, gli EelST brevettano quello che oggi chiameremmo una tecnica da traduttore automatico: in una canzone come “Christmas with the Yours” le parole inglesi sono articolate correttamente, ma è la sintassi che non torna, perché è la sintassi italiana: “Christmas with the yours, / Easter what you want…”. E pagine molto divertenti di Vite bruciacchiate raccontano di come gli EelST siano riusciti a convincere James Taylor (quello di “Mexico”!) a cantare una canzone in finto inglese che dice tra l’altro “How you call you? / How many years you have? / From where come? / How stay?”.
Dall’altro lato ci sono i dialetti: “La cunesiun del pulpacc” è una canzone in simil-milanese dedicata allo Zelig, una canzone che – con un gusto per la contaminazione incongrua su cui tornerò – mescola insieme la protesta per i prezzi troppo salati del locale (“Cosa riden lo sa la madona / cun quei pressi che g’han de paga’”) e la protesta per le violenze israeliane nella striscia di Gaza («e alla tele se vedi Israele che spacca le braccia»). E non il dialetto ma la calata Milanese è adoperata come effetto mimetico in pezzi come “Fossi figo” (sfogo di un cittadino indignato per le cacche di cane sul marciapiedi) o “Storia di un bellimbusto” (dialogo finale tra un autotrasportatore e uno yuppie cocainomane). “Li immortacci,” invece, è un pastiche romanesco sull’aria di “Siamo i Watussi” traboccante di allusioni in codice alla vitaccia delle borgate romane (“ma a notte inortrata ce invita er canaro a facce du’ spaghi”[1]) e ai divi e mini-divi del pop, da Elvis Presley a John Lennon, al Guardiano del Faro.
In “Giorgio légnami” l’ispirazione viene da fuori: è l’equivalente verbale dell’objet trouvé. Soprattutto nei primi anni, l’inventiva degli EelST segue questa via dell’estemporaneità e del caso. “Aprimmo a caso il quotidiano Bresciaoggi stabilendo in anticipo che il titolo del primo articolo così selezionato sarebbe diventato quello della canzone nascitura” (Vite bruciacchiate): e il titolo sarà “Settore giovanile targato Travagliato”.Ma anche il caso va aiutato, corretto con una selezionedelle fonti, diciamo, mirata. Ecco allora il collage di parole:
Ritagliavamo e componevamo utilizzando riviste bellissime, come Astra o La Settimana Enigmistica. Capitava così che l’illustrazione di un manifesto fossero un rebus, e il titolo dello show o la descrizione dei musicisti fossero il titolo di una rubrica di astrologia. In particolare, c’era su Astra la pagina dell’interpretazione dei sogni, e ogni sogno veniva riassunto in un titolo breve del tipo: “Mi resta un unico dente e cerco di riavvitarlo”, “Ho visto uno stambecco caricare tori”, o anche la stessa “Esco dal mio corpo e ho molta paura”, che poi ha dato il titolo all’album.
Ed ecco, altra tecnica surrealista, il collage delle immagini:
Vado anche orgoglioso di un manifestino per il quale fornii io i nostri ritratti: avevo ritagliato da alcune riviste porno solo le teste di uomini che eiaculavano. Le espressioni dei volti, fuori dal contesto originale (in genere Caballero, Le Ore, Men), erano meravigliose. Ricordo che il mio era di un biondo semicalvo con la lingua fuori e il naso schiacciato da una chiappa, solo che non si vedeva la chiappa.
Non c’è niente di rivoluzionario né nel collage di parole né nel collage di immagini: sono moneta corrente nel pop intelligente degli anni Settanta, e Zappa aveva fatto tutto prima di tutti già nei Sessanta. Ma conta, a parte la consapevolezza e la sistematicità del procedere, l’euforia adolescenziale che si rapprende negli aggettivi, conta la gratitudine nei confronti del destino che ci ha donato Astra, Cronaca Vera e la Settimana Enigmistica: riviste – dicono gli EelST – bellissime, espressioni meravigliose.
Perciò non sono soltanto parole: le parole consentono il recupero, anche questo euforico, degli oggetti del passato. Gli EelST prendono le cose che un quaranta-cinquantennedi oggi ricorda della sua adolescenza e le rimettono in circolo. Neanche questo, ovviamente, è originale. Lo fanno tutti, lo fa anche Walter Veltroni (“Trent’anni dopo, da un telefono di bachelite, mi giungevano le note di ‘Furia, cavallo del West’. – È Mal, vero? E quest’altra cos’è? – È ‘Oba ba lu ba’ di Daniela Goggi […]. Cercai negli scaffali del cervello l’anno 1977 e non trovai nulla”)[2]. Ma di solito questi recuperi hanno un sapore amaro: perché il ricordo riguarda un passato che si giudica soggettivamente Migliore del presente, gli anni in cui la vita era una distesa di possibilità (così il giovane Veltroni, così “Gli anni” degli 883); o perché si rimpiange un’epoca in cui le ideologie erano più nitide (Offlaga Disco Pax); o perché chi ricorda si mette su un piano più alto rispetto a quello degli oggetti di cui fa il catalogo, specie quando si tratta dell’infinita serie di oggetti e di marche di oggetti che ci sono diventati familiari negli anni Settanta-Ottanta, gli anni della scuola per gli EelST e delle TV private per tutti gli italiani; o perché sul ricordo degli oggetti dell’adolescenza stinge il ricordo di un’adolescenza infelice (è il caso di quasi tutti i ricordi merceologici di Aldo Nove in Superwoobinda). Negli EelST non c’è né amarezza né sussiego, né vera nostalgia. È come se il passare del tempo assolvesse tutte le sciocchezze viste e ascoltate in quegli anni, come se tutto quel repertorio di idiozie fosse, oggi, soltanto divertente: il fantasma Formaggino, l’album di figurine, la festa delle medie, la frase “Passa la palla, che il gioco è bello in tanti”, la grafica di Cronaca vera rifatta nei credits dell’album Esco dal mio corpo e ho molta paura: Gli inediti 1979–1986 (1993), la pubblicità degli occhiali a raggi X, la “ripetuta visione notturna delle vendite televisive di gioielli della SM di Valenza Po”[3]. Il rovescio scuro di questi bei ricordi sono sempre i ricordi sparsi nei racconti/saggi dei loro coetanei Aldo Nove e Tommaso Labranca: la festa delle medie di “Tapparella” va confrontata con lo straziante racconto-verità “Meteor Man” di Nove; e l’amore per gli oggetti effimeri visti in televisione o all’ipermercato è anche un Leitmotiv, ma voltato in elegia, di Labranca (in “Chaltron Hescon”, per esempio, il capitolo “Persone, luoghi e oggetti che provocano l’esaltazione della modernità”).
Per queste ed altre qualità, gli EelST si sono meritati le loro due pagine nel bel libro Modernità letteraria a cura di Andrea Afribo e Emanuele Zinato (Carocci, 2011), nell’ottimo capitolo “Canzone” scritto da Paolo Giovannetti. Il libro fa il punto sulla cultura italiana degli ultimi quarant’anni, e brulica di poeti suicidi o aspiranti suicidi o tenuti su dagli ansiolitici, e da professori di filosofia che aspettano la fine dei tempi o la fine del Capitalismo chiosando Heidegger. Poi uno arriva a pagina 275 e c’è il “Pipppero”, e la sensazione di sollievo è tale da far rimpiangere il fatto che un simile distacco, una simile autoironia e un simile humour non siano stati più presenti nella letteratura e nella saggistica ‘serie’ degli anni 1970-2010. Non solo per i lettori ma anche per gli autori, poverini.
Ma: e la critica? Va bene smontare e rimontare l’immaginario pop occidentale dell’ultimo mezzo secolo, ma la critica? Tutto ciò che esiste merita di essere deriso. Ma ridere di tutto non vuol dire anche essere complici di tutto – della TV trash, della cattiva musica, dei B o C o D-movies, della liquidazione di ogni discorso serio, impegno serio, presa di posizione seria? Non è tutto soltanto puerile? Tutto, a cominciare dall’idea che a cinquant’anni abbia senso parlare ancora delle cose che ci hanno ossessionato a diciotto? Siamo invecchiati ma non siamo cresciuti – non c’è atteggiamento, non c’è posa che più di questa sia in accordo coi tempi.
Questa continuità tra adolescenza ed età matura è precisamente ciò che Rocco Tanica trova, e trova “invidiabile”, in Mangoni:
Ma io noto una continuità invidiabile tra il Mangoni di oggi e il Mangoni del liceo, quando scatarrò sul muro dell’aula lasciando un reperto che rimase appiccicato per anni e che era diventato meta di pellegrinaggio per gli studenti più piccoli. E quando Mangoni, dopo averlo emesso, rivolgendosi al suo uditorio, disse: “Guardate: la Natura”, secondo me già in quel momento germogliava in lui l’artista completo che oggi tutti conosciamo (Vite bruciacchiate).
Ma parlando più seriamente, è la stessa continuità che spiega i caratteri, il modo di parlare, di pensare, di scrivere degli altri membri di EelST; è la continuità che spiega la constatazione “Ho cinquant’anni e non ho mai comprato una casa”.
Un caso, uno dei tantissimi, di ordinario infantilismo? Ma il fatto è che continuità tra gioventù ed età adulta non significa che non ci sia stata evoluzione o raffinamento, e che le canzoni degli EelST debbano essere confinate nella sfera del puerile. In realtà, proprio perché guardano le cose del passato senza nostalgia, senza amarezza e senza rimpianto, gli EelST stanno sempre a un livello più alto rispetto a quello delle cose e delle persone di cui fanno l’inventario. Collezionare brandelli di realtà non vuol dire approvarli in toto, e forse l’esorcismo più efficace contro la stupidità è proprio la sua esibizione (contro i narcisisti della palestra e del SUV, “Fossi figo” vale più di qualsiasi predica). Solo che, invece di astenersi dalla realtà o di scomunicarla, come fanno gli intellettuali, gli EelST ci si buttano dentro. Esiste il porno? Gli EelST fanno un film porno. Esiste Sanremo? Gli EelST vanno a Sanremo. Esistono i generi musicali? Gli EelST li scelgono tutti. Che cos’è il pop? Risposta di Warhol: il pop “is about liking things”. È anche la loro risposta, e vale anche per la musica. Gli EelST non sono Zappa, non distruggono i generi musicali: tutt’al contrario, portano corone di fiori ai loro altari. Lo swing di “La bella canzone di una volta”, la discomusic di “Born to Be Abramo”, la pseudo-house del “Pipppero”, il melodramma di “Farmacista”, la melodica di “Pork e Cindy”, il liscio della “Terra dei cachi”, il funk-soul anni Settanta di “TVUMDB”, l’afrocubana di “El Pube”, lo stornello romano di “Li immortacci”, l’heavy-metal di “Omosessualità”, il rock di “Il rock and roll”; l’elettropop di “La visione”. Dato che si tratta di generi per lo più defunti, si è tentati di dire di loro quello che è stato detto di Stravinskij: che tutto questo gioco di citazioni e contaminazioni è il sintomo di una segreta propensione alla necrofilia.
Chi li ascolterà tra cent’anni si troverà di fronte a una strana collezione di oggetti: un frullato dell’Italia a cavallo tra secolo XX e XXI, però senza le tragedie. “La vita di ogni individuo, considerata nel suo complesso e vista soprattutto nei suoi aspetti più significativi, è in verità sempre una tragedia; se però ci si sofferma sui particolari, assume il carattere della commedia»[4]. Agli EelST interessano i particolari comici, non l’intero tragico. Ma in realtà non è sempre commedia: sono anche i problemi reali, le miserie reali delle persone vissute tra il secolo XX e il secolo XXI, rese appena più tollerabili perché avvolte nell’ironia. Di fatto, tutte le canzoni degli EelST sono divertenti, ma molte non sono soltanto divertenti. Le canzoni sugli ex giovani che si ostinano a non voler maturare, come “La chanson”, che parla di un quarantenne che cerca di rimorchiare le ragazzine in discoteca, o come “Storia di un bellimbusto”, sono divertenti e malinconiche insieme:
Tendenzialmente intrattengo rapporti superficiali
e vado a zonzo con la mia faccetta rassicurante.
Così nessuno si accorge
che invece sono pieno di menate, menate,
e tanti altri problemi che non ho mai risolto
e forse non risolverò mai.
Questo monologo del bellimbusto fa sorridere, ma nello stesso tempo mette un po’ d’angoscia, perché è un tipo umano che tutti quanti abbiamo incontrato, e la bravura degli EelST sta appunto nel saper fissare in parole e musica tipi che conosciamo ma che non avevamo mai elevato a idealtipi: “C’è troppo coinvolgimento” è uno slogan narcisistico che avrebbe fatto sorridere, se mai sorrideva, Christopher Lasch. Il finale di “Fossi figo” fa ancora più sorridere, ma mette ancora più angoscia, perché descrive un profilo psicologico, e un genere di disperazione, che s’incontra di continuo ma che non viene descritta spesso:
Forse non sono figo, forse no,
ma sono bello dentro, dentro…
Fuori stranamente mi vedete come un solitario
ma a me piace stare con la gente.
Io, per piacervi,
mi epilerei per tutto il santo giorno
come le balle di un attore porno.
Anche una delle canzoni degli EelST più chiaramente comiche, “Tapparella”, ad ascoltarla con un po’ d’attenzione, mette tristezza: basta mettersi nei panni non dei compagni di scuola che fanno il gioco della bottiglia ma del disperato che i compagni di scuola trattano come un paria.
Il fatto è che leggerezza e umorismo possono andare benissimo d’accordo con la serietà. E fare l’inventario del trash non vuol dire approvarlo. Né benedirlo né maledirlo ma riderne – potrebbe essere questa, dopotutto, la strategia migliore, o se non altro quella più sana: dato che chi benedice il trash di solito è stupido, e chi lo maledice di solito è depresso. In un mondo di cantanti, comici, imitatori di poco talento che presumono di avere, nello smercio delle loro banalità, una vera efficacia politica, gli EelST sono un bell’esempio di discrezione, perché non si prendono sul serio neanche quando sono serissimi. Prima di diventare, nel finale, un inno contro la giunta Moratti, e la canzone più risolutamente politica del pop di questi anni (basta Vedere la reazione del pubblico al raduno per Pisapia sindaco, maggio 2011), “Parco Sempione” è una canzone che sparla di suonatori di bonghi incapaci. E “Balla coi barlafüs” è una canzone anti-Lega dei primi anni Novanta che, correttamente, oppone al ridicolo della Lega il ridicolo del testo (“Ma il migliore ingrediente lo decide la gente / che la trovi ovunque vai. / Nelle gabine, nei magazzeni, pure nei vater clos. / Si riempie un’ampolla, si racconta una palla, / palla di pelle di Po, palla di pelle di Po”) e il ridicolo della musica (che è quella di “Time Warp”, dal Rocky Horror Picture Show). Quanto al resto, non c’è – per fortuna – niente di sacro, niente, e anche le cause migliori vengono affogate nella farsa: “Budy Giampi”, sulla pena di morte, e “Gimmi I.”,sulla fobia per i pedofili, sono, per quanto la cosa suoni contraddittoria, delle ridicole canzoni serie. Hanno tutti tra i quaranta e i cinquant’anni, sarà interessante vederli invecchiare. È sempre interessante vedere come la gente invecchia, ma nel caso dei divi del pop lo è ancora di più, perché i capelli bianchi sono un po’ in contraddizione con la parte che si sono assegnati, o che il mondo gli ha assegnato a vent’anni: e non tutti sono Mick Jagger. Quanto agli EelST, poi, c’è da tenere conto del fatto che questi instancabili sabotatori della retorica giovanilista hanno, per trent’anni, parlato in continuazione di giovani: i tredicenni in “Tapparella”, i ventenni in “Cara ti amo” e in “Servi della gleba”, gli ex-giovani che non si rassegnano in “Storia di un bellimbusto”. Più in là su questa strada sarà difficile andare. Per questo, il puro divertimento delle canzoni giovanili (quelle in cui gli EelST raccontano l’idiozia della quale sono parte: “Cara ti amo” è questo) ha già lasciato spazio, e sempre di più ne lascerà in futuro, alla satira, a una forma molto distaccata, derisoria di impegno (quello che porta a raccontare l’idiozia degli altri: lo yuppie cocainomane, il cantante omofobo, Berlusconi). È un peccato, perché di spiriti caustici ce ne sono anche troppi, mentre le persone divertenti sono rare. Ma, purché il distacco rimanga, potrebbe essere dopotutto un modo tollerabile di – finalmente – maturare.
[1] Pietro De Negri, soprannominato “er canaro” era un criminale che uccise in modo efferato il suo ex aguzzino. La vicenda ha tenuto banco a lungo sulle cronache italiane.
[2] Walter Veltroni, La scoperta dell’alba, Milano, Rizzoli, 2006, p. 123.
[3] Cfr. Angelo Di Mambro, L’importanza di chiamarsi Elio, Roma, Castelvecchi, 2004, p. 137.
[4] Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Milano, Mursia, 1991, I, 58